Condanne Fonsai, «Ligresti sapeva»

Milano - Era una «falsa immagine» quella di Fonsai che venne fatta circolare nel 2011. Costruita non soltanto per «non pregiudicare le trattative in corso con un altro gruppo imprenditoriale», ma anche per «il mantenimento degli esorbitanti benefici economici sino ad allora goduti dalla famiglia Ligresti»

Milano - Era una «falsa immagine» quella di Fonsai che venne fatta circolare nel 2011. Costruita non soltanto per «non pregiudicare le trattative in corso con un altro gruppo imprenditoriale», ma anche per «il mantenimento degli esorbitanti benefici economici sino ad allora goduti dalla famiglia Ligresti». Dice questo il tribunale di Torino nel motivare le condanne pronunciate l’11 ottobre 2016: sei anni di carcere per Salvatore Ligresti, l’ingegnere che, nonostante fosse solo presidente onorario e azionista di riferimento con la Premafin, esercitava sulla compagnia un «ruolo egemone e padronale»; poi cinque anni e otto mesi per la figlia Jonella, cinque anni e tre mesi per l’ex ad Fausto Marchionni, due anni e sei mesi per l’ex revisore Riccardo Ottaviani. Assolti l’ex vicepresidente Antonio Talarico e l’ex revisore Ambrogio Virgilio.

Nel documento il giudice Giorgio Gianetti chiarisce le ragioni - ad avviso del tribunale - della «imponente» sottovalutazione di una voce del bilancio di Fonsai, la riserva sinistri. Un vero e proprio «baratro» che, secondo una conversazione fra due manager intercettata dalla Guardia di finanza, già nel 2008 era di 500 milioni e che nel 2010 aveva forse toccato quota 800. Per il tribunale non si trattava soltanto della sfortunata applicazione del modello attuariale Fisher-Lange: c’era qualcosa di più, almeno da un certo momento in avanti. Perché «le criticità degli accantonamenti a riserva erano ben note e il problema fu affrontato con finalità mistificatorie». Il pm Marco Gianoglio, nel capo d’accusa, aveva puntato l’indice contro l’approvazione del bilancio 2010. «False comunicazioni sociali» per «ingannare il pubblico» con una fotografia di Fonsai decisamente fuori fuoco: bisognava, fra le altre cose, evitare la «diluizione della partecipazione di Premafin» (e quindi della famiglia Ligresti) scongiurando la necessità di un aumento di capitale superiore a quello che poche settimane prima era stato concordato con Unicredit. E i Ligresti, scrivono i giudici, «erano intenzionati a mantenere il controllo della compagine, dalla quale avevano tratto elevati vantaggi economici».

L’ingegnere di Paternò, secondo la sentenza, era «l’abituale referente e ispiratore dell’attività degli amministratori di fatto». Emblematiche le intercettazioni di Marchionni: «Non caschiamo dal pero. Tutti passavano prima da lui e poi venivano da me». Nessuno degli imputati lo ha mai chiamato in causa direttamente, ma il tribunale ritiene che fosse «a piena conoscenza» delle problematiche nonchè «del tutto allineato con la posizione della figlia Jonella».

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