Il prof Tria, parla cinese ma ama l’Occidente

Roma - Come tanti che nel 1968 avevano 20 anni, allora Giovanni Tria era maoista. Oggi che ne ha quasi 70 è un moderato, solidamente atlantico, fin qui vicino a Forza Italia; di quell’epoca lontana gli è rimasto solo che capisce la lingua cinese

di Stefano Lepri

Roma - Come tanti che nel 1968 avevano 20 anni, allora Giovanni Tria era maoista. Oggi che ne ha quasi 70 è un moderato, solidamente atlantico, fin qui vicino a Forza Italia; di quell’epoca lontana gli è rimasto solo che capisce la lingua cinese. Dovrà realizzare un programma di governo a cui aveva appena scritto una critica ricca di buon senso seppur benevola. A Roma è ben noto, preside della Facoltà di economia di Tor Vergata, presidente della Scuola nazionale di amministrazione che ha cercato di dinamizzare, un po’ sul modello francese. I colleghi accademici del resto d’Italia se lo conoscono è soprattutto per gli articoli di vario argomento che ha scritto o cofirmato su giornali e riviste vicini ai partiti del centro-destra.

I LEGAMI INTERNAZIONALI
Può sembrare adatto alla moda del sovranismo che non possieda titoli universitari esteri. Ma sui legami internazionali dell’Italia dà al Capo dello Stato una sicurezza che altri non avrebbero dato. Le sue critiche all’euro hanno punti di contatto con quelle di Paolo Savona, però temperate dal realismo e da un carattere poco incline agli azzardi e alle rotture. Ha scritto appunto che il «contratto di governo» tra i due partiti della nuova maggioranza lo ritiene realizzabile solo in parte, e per gradi. Si dice propenso a lasciar aumentare l’Iva, prospettiva che in campagna elettorale tutte le forze politiche affermavano di rifiutare, ma che in realtà si riservavano di utilizzare una volta insediate al potere. D’altra parte il governatore della Banca d’Italia ha appena detto che aumentare l’Iva non sarebbe il peggiore dei mali. Tria, sapendo che nel bilancio non ci sono grandi risorse per soddisfare gli impegni elettorali, realisticamente pensa che una parte si potrebbe trovare lì. Ha sempre sostenuto che priorità è ridurre le imposte su lavoro e imprese, accrescendo casomai quelle sui consumi.

LA PRUDENZA PER LA FLAT TAX
È favorevole alla flat tax (che poi flat non è perché ha due aliquote e non una) inserita nel programma di governo, ma crede poco - come ogni economista che ha studiato - agli effetti magici vantati dai leghisti, di un recupero di gettito per effetto della minor tassazione. Cautamente dice: prima abbassiamo l’Irpef un poco e vediamo che cosa succede. Ovvero, in parole sue: bisogna «contare meno sulle scommesse e far partire la riforma con un livello di aliquota, o di aliquote, che consenta in via transitoria di minimizzare la perdita di gettito». Dovunque è prudente quanto a vincoli di bilancio; anche sulla modifica della legge Fornero, sulla quale l’articolo se la cava con un giro di frase circospetto.

IL REDDITO DI CITTADINANZA

Mette con i piedi per terra anche il «reddito di cittadinanza» (cosiddetto anche quello) caro al M5S. Va bene, secondo lui, se sarà un’indennità di disoccupazione rafforzata, magari estesa a chi non ha lavorato mai, come fanno molti altri Paesi ma fin qui l’Italia no. Non gli andrebbe invece «una società in cui una parte della popolazione produce e l’altra consuma» (qui la Lega sarà con lui). Poiché è esperto di amministrazione, gli preme che vengano rivedute e sveltite certe procedure, ovverosia quel «sistema di controlli giudiziari e para-giudiziari che assieme al codice degli appalti stanno paralizzando ogni velleità di attivazione degli investimenti pubblici, pur da tutti auspicati». Cita l’Ilva, e si intuisce che quanto a politica industriale avrà a che discutere con i Cinque Stelle.

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