No all'autoproduzione, l'Itf lancia una campagna internazionale

I sindacati italiani oggi sono concentrati sulla crisi dei porti di transhipment («la nostra speranza è che a Cagliari non si debba ricorrere all’agenzia, come a Taranto e Gioia Tauro, ma che arrivi un investitore») e sul contratto dei porti, scaduto da un anno

L'autoproduzione è contestata da Itf

di Alberto Ghiara

Genova - L’Itf, federazione internazionale dei sindacati dei trasporti, ha lanciato una campagna a livello europeo contro l’autoproduzione nei porti delle operazioni di rizzaggio e derizzaggio. L’Itf vuole che questa condizione sia prevista dal contratto di lavoro internazionale dei marittimi. Per questo ha introdotto quella che è definita la “dockers clause”, contestata però da alcuni armatori. Il tema è caldo anche in Italia, come dimostrano recenti episodi a Napoli e in Sicilia. E’ però da notare che su questo tema il sindacato internazionale e quelli italiani si muovono su strade differenti, a conferma dell’eterogeneità dei sistemi portuali del Vecchio continente. In pratica, sebbene l’obiettivo sia comune, i sindacati italiani lavorano al rispetto di quella che ritengono la corretta interpretazione di una legge nazionale già esistente, mentre l’Itf vuole che il tema entri nel contratto.

«Dallo scorso primo gennaio - spiega Maurizio Diamante, responsabile nazionale porti della Fit Cisl - l’Itf dice che nei contratti di lavoro dovrà essere stabilito che il rizzaggio dev’essere compiuto dai portuali e non dai marittimi. E’ un’idea bella e condivisa, ma per inserirla nei contratti bisogna sentire anche la controparte. In Italia c’è una forte diatriba su rizzaggio e derizzaggio, ma la questione è risolta dalla legge 84. Se mai, quello che manca è l’intervento dei presidenti delle Autorità di sistema portuale, a cui spetta il compito di autorizzare le deroghe». In Italia, ricorda Diamante, a livello istituzionale si è parlato di questo problema durante un incontro al ministero delle Infrastrutture e Trasporti con il direttore generale Mauro Coletta, il 2 agosto 2018. «Da allora tutto tace. La campagna attuale serve a mantenere alta l’attenzione, ma l’Itf è importante soprattutto in Europa settentrionale».

I sindacati italiani oggi sono concentrati sulla crisi dei porti di transhipment («la nostra speranza è che a Cagliari non si debba ricorrere all’agenzia, come a Taranto e Gioia Tauro, ma che arrivi un investitore») e sul contratto dei porti, scaduto da un anno («puntiamo a riattivare il tavolo»). Per quanto riguarda la “dockers clause”, questa prevede che dove non ci siano lavoratori portuali disponibili, armatori e agenzie di manning debbano chiedere un’autorizzazione ai sindacati portuali locali, dimostrando che i marittimi che eventualmente fossero chiamati a effettuare il rizzaggio lo facciano effettivamente di loro volontà. Questa clausola è stata contestata da sei compagnie europee di cabotaggio e di feeder, che operano navi di dimensione inferiore a 170 metri e di cui si è fatta portavoce la società di consulenza Venturn. Secondo questi operatori, la clausola del contratto non è legittima, perché riduce la libera concorrenza nelle operazioni di rizzaggio, provoca extra costi e ritardi nelle attività di caricamento e scaricamento dei container e può provocare lo spostamento di carico su altre modalità di trasporto più inquinanti, come il camion. Inoltre, sempre secondo le compagnie, non sarebbe neanche dimostrato che il rizzaggio sia più sicuro se compiuto dai portuali.

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