Italia poco competitiva, la colpa non è del Codice della Navigazione / LA LETTERA

Gli strali degli armatori dovrebbero rivolgersi alle leggi speciali, spesso confuse e mal formulate, che nel tempo si sono dovrapposte al testo originario della legge, scritta 80 anni fa, oppure alla circostanza di fatto che determinati fenomeni non trovano adeguata regolamentazione

di Mauro Casanova*

Genova - Leggo sul Secolo XIX del 22 aprile l’articolo, intitolato “Armatori, assalto al codice della navigazione. E’ vecchio, così perdiamo competitività”, relativo al resoconto di un evento per celebrare gli 80 anni del codice della navigazione. Che il codice della navigazione sia vecchio, ha 80 anni infatti, è indubitabile. Peraltro osservo che individuare nel codice il motivo principale per la perdita di competitività degli armatori italiani è fuorviante quando la normativa del codice della navigazione è ormai talmente erosa dalle normative speciali che hanno tacitamente o espressamente abrogato la gran parte della normativa codicistica. In effetti il codice della navigazione, pur esistendo formalmente, nella sostanza si può dire che trova una ormai limitata applicazione. Sia sufficiente scorrere le varie “parti” del codice per rendersene conto. Così non trovano più applicazione le disposizioni di diritto internazionale privato per individuare la legge applicabile da quando è entrata in vigore la normativa comunitaria dettata dai c.d. Regolamenti Roma I e II.

Così ancora non trovano più applicazione le norme di diritto amministrativo della navigazione relative ai porti in conseguenza della riforma dell’ordinamento portuale, nonché, per la gran parte, in materia di demanio marittimo a seguito dell’attribuzione delle competenze alle Regioni e ai Comuni. La normativa relativa al lavoro portuale comportante la riserva dello stesso è stata completamente cancellata dall’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia conosciuta con il nome di Porto di Genova. Per quanto attiene la parte relativa alla disciplina contrattuale è indubbio che ormai vengono applicate le norme delle convenzioni internazionali per i trasporti marittimi di passeggeri e di linea, mentre nella navigazione tramp si usano prevalentemente i formulari di origine anglosassone (charterparties). Trovando così limitata applicazione, l’oggetto della critica a una normativa che farebbe perdere competitività deve essere invece rivolta a una serie di leggi speciali che evidentemente non sono soddisfacenti e non certo al codice della navigazione che ha costituito una sorta di monumento giuridico, redatto all’epoca da grandi giuristi, che si fa apprezzare per la chiarezza delle sue norme ormai per gran parte inapplicabili.

In altre parole gli strali degli armatori dovrebbero rivolgersi a queste leggi speciali, spesso confuse e mal formulate, oppure alla circostanza di fatto che determinati fenomeni non trovano adeguata regolamentazione. Sostenere, come si legge nell’articolo, che le norme sul registro internazionale non paiono adeguate o risultino incomplete dovrebbe significare prendersela con la legge che lo ha istituito perché non ha previsto alcune situazioni che impediscono la competitività. Il riferirsi poi ad esempio a principi trasversali, come quello della concorrenza, non può riguardare la “vecchiaia” del codice della navigazione, ma la successiva legislazione speciale o la sua incompletezza o insussistenza. La problematica appare quindi molto più complessa e non riguarda l’età del codice della navigazione come sembrerebbe emergere dall’articolo.

*Già Ordinario di Diritto della navigazione e di Diritto dei trasporti nell’Università di Genova

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