Baratto Italia-Francia tra mar Ligure e Tirreno / IL CASO

Genova - Lo spostamento del confine favorisce l’economia della Costa Azzurra. Acque corse in cambio della fossa dei gamberi. Il sottosegretario alla Pesca: «Rimedieremo».

di Paolo Crecchi

Genova - Un baratto! Italia e Francia si sono scambiate una manciata di onde firmando il Trattato sui nuovi confini marittimi, il 21 marzo scorso, a Caen. Un angolo di mar Ligure per uno spicchio di mar Tirreno, la fossa dei gamberoni detta del cimitero in cambio delle secche tra la Capraia, l’Elba e la Corsica. I pescatori di Sanremo ci rimettono anche le rotte dei pesci spada, quelli toscani ampliano gli orizzonti. Rivalità tra le due marinerie? Pare di no. La spartizione sarebbe frutto di mediazioni più complicate. Ieri, mentre il peschereccio Mina faceva finalmente ritorno a casa, si è saputo che ai negoziati durati ben sei anni, senza che l’opinione pubblica fosse informata, non hanno partecipato soltanto gli uomini del ministero degli Affari esteri: da parte italiana c’erano la Difesa, l’Ambiente, lo Sviluppo economico, le Politiche Agricole e persino i Beni culturali. Colpa della sinistra al potere, tanto silenzio?

Macché: i presidenti del consiglio che si sono succeduti, mentre si procedeva al mercanteggiamento del mar Ligure, sono stati Romano Prodi, Silvio Berlusconi e Mario Monti. L’arco costituzionale e il governo tecnico. Quello di Enrico Letta non si è occupato della questione. A scardinare il muro di silenzio è stato il sottosegretario delle Politiche agricole con delega alla pesca, Giuseppe Castiglione, che ha finalmente ottenuto una ricostruzione scritta dell’accaduto. Italia e Francia non avevano un confine vero e proprio ma una circolare del 1892 che regolamentava la pesca. Tra la fine del Novecento e gli inizi del nuovo millennio sono aumentate le attenzioni verso il mare (turismo, ambiente, risorse ittiche) e l’Italia è stata la prima, nel 2011, a creare una Zona di pesca esclusiva i cui confini erano stabiliti provvisoriamente «in attesa degli accordi di delimitazione con la Francia». Un’analoga Zona economica esclusiva è stata istituita dai cugini d’Oltralpe l’anno dopo. A quel punto è stato inevitabile mettere nero su bianco, prendendo come base i criteri generali stabiliti dalla Convenzione delle nazioni unite sul diritto del mare. Molto in sintesi, la linea mediana tra le acque territoriali e l’equidistanza dalla piattaforma continentale.

Nel corso del negoziato, e il motivo è l’unico punto rimasto oscuro, l’Italia accetta di definire «aree di mutuo scambio» alcuni specchi di mare a nordovest e a sudest della Corsica. In pratica, baratta un pezzetto di mar Ligure con uno di mar Tirreno. Per privilegiare la marineria toscana? Per non urtare l’ambientalismo e il turismo francesi e monegaschi, che non hanno mai visto di buon occhio la pesca davanti alla Costa Azzurra? Lo strascico ara i fondali, smuove terra, inquina. E i pescherecci sono romanticamente ecologici solo una volta ormeggiati in porto. «Non sappiamo se ci sono interessi particolari dietro allo scambio», fanno sapere dal ministero degli esteri. «Faremo il possibile per rimediare ai torti subiti dai liguri», rilancia il sottosegretario alle Politiche agricole: «Il trattato non è ancora stato ratificato, i margini ci sono». Per il resto, silenzi più o meno imbarazzati. Renata Briano, vicepresidente della commissione pesca della Ue: «Incredibile che non sia stato informato il territorio. E che una vicenda durata sei anni non abbia avuto nessuna eco sui media». La flottiglia peschereccia ligure era completamente all’oscuro. Barbara Esposto, Legacoop: «Non ci risultano pressioni da parte di altre marinerie italiane». Un regalo alla Francia, insomma. Sotto forma di baratto.

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