“In Europa sbaglia chi attacca gli armatori”

Genova - “L’Italia deve mantenere un sistema portuale e logistico competitivo”, dice il segretario generale di Assarmatori, Alberto Rossi

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di Alberto Rossi

Genova - Ho letto recentemente un interessante articolo di Giorgio Carozzi, a cui ha replicato, con il suo punto di vista, il direttore generale di Confetra. In questa risposta si parla, senza fare nomi, di armatori che operano servizi di linea merci in contenitori e si riprendono le polemiche sul gigantismo navale che sarebbe indotto dai grandi armatori, si criticano gli aiuti di stato alle compagnie e si attaccano le alleanze che sfuggirebbero alla tutela della concorrenza, il tutto per assicurare una non meglio definita parità di condizioni.

Ora, affermare che gli armatori siano in grado di indurre gli Stati a definire al rialzo le proprie politiche di infrastrutturazione è alquanto singolare. La verità è che non si può da una parte invidiare gli altri (i porti del nord Europa e tutti quelli che funzionano) e poi pensare di salvaguardare la seconda potenza industriale europea facendo a meno degli investimenti conseguenti.

L’Italia deve mantenere un sistema portuale e logistico competitivo perché solo così le nostre merci lo saranno altrettanto. L’idea del piccolo e bello non funziona e ancora di più se il nanismo delle nostre infrastrutture deve assecondare gli interessi di aziende che falliscono gli obiettivi della crescita (Gioia Tauro e Cagliari non hanno forse insegnato una dura lezione sulla pelle dei lavoratori e dei territori? O forse la fuga a gambe levate del terminalista puro, così come amano definirsi, con tanto di licenziamenti in tronco di centinaia di persone l’abbiamo già dimenticata?).

Se poi si vuole abbandonare la sfida competitiva globale gettando al vento ciò che è stato fatto dallo Stato (terzo valico incluso) perché la filiera logistica sarebbe “obbligata a stress del ciclo operativo francamente non sostenibili” è ovvio che si sta virando su un tema a cui gli armatori possono solo rispondere virando su altri lidi. Anche loro sono obbligati agli stessi stress oltre a quelli finanziari altrettanto, se non maggiormente, sfidanti. Ma qui nessuno si lamenta perché in una economia di mercato occorre investire e lavorare oppure perire. E per attaccare gli armatori si arruola chiunque. Si tira in ballo un Rapporto OECD che tale non è se non perché è pubblicato dalla citata organizzazione.

Tale studio, che metterebbe a nudo la pericolosità degli aiuti al settore armatoriale per la loro asserita capacità distorsiva, è frutto del lavoro di un ricercatore che non lavora per la OECD e la stessa OECD, basta leggere le premesse, si guarda bene dal far proprie le sue tesi, specificando che queste riflettono esclusivamente le idee del redattore. E la presa di distanza è ancora più evidente leggendo il testo. In un contesto internazionale dominato dalla sfida dei vettori asiatici che non vivono e lavorano in una economia di mercato, lo studio produce ad hoc un executive summary che conclude esaminando, solo e soltanto, i regimi di sostegno europei come se le imprese del continente potessero offrire i loro servizi in un mercato contingentato.

Purtroppo, e questa è la cosa che maggiormente ci distingue da chi lavora in un comparto territoriale definito (sia esso un terminal, uno spedizioniere o un operatore di logistica terrestre), gli armatori lavorano globalmente. Se si vuole dunque mantenere una marineria europea con il suo cluster fatto di centinaia di migliaia di persone occorre mantenere un regime che ha funzionato egregiamente. Basti leggere ciò che dice la Commissione Europea, e cioè l’unico soggetto deputato a vigilare sull’applicazione di tali regimi, che è ben attenta a non farsi tirare per la giacchetta dagli interessi dei pochi. Leggo poi che si parla di BER e del machiavellico disegno di eliminare uno strumento che, anch’esso, ha contribuito a rendere il mercato più efficiente armonizzando le partenze, incrementando il loro numero anche proteggendo i piccoli operatori che possono ancora vendere il loro nolo nella stiva di altri. Ora, invece, si vogliono distruggere i capisaldi della nostra industria in uno slancio nichilista privo di qualsiasi progettualità alternativa.

Così si arriva a pensare che sia giusto impegnare la Commissione e le compagnie di tutto il mondo che lavorano in Europa (nessuno negli Stati Uniti o in Cina o in qualunque parte del mondo ha soltanto ipotizzato una simile sciocchezza) in una lunga procedura di valutazione delle loro intese operative. Così, tanto per rendere l’industria ancora più appesantita e con buona pace di chi non ha bisogno di queste alleanze perché hanno fondi sovrani che le appoggiano. È quindi vera l’affermazione del bravo Carozzi. È guerra agli armatori, la vecchia guerra di retroguardia dove si pesca qualche intellettuale che scrive amenità e qualcun altro che riprende quelle parole, il tutto per creare un interesse e per accreditare una verità che è solo autoreferenziale. Si pensasse ad investire e a lavorare per crescere, specialmente in un paese che non cresce, una volta tanto senza tenere a mente l’interesse di casa propria che molto spesso non è affatto quello della collettività.

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