Maresca: "Con la Brexit rimane la libera circolazione, con meno diritti"

"Chi soffre maggiormente in questo momento sono cittadini e imprese straniere nel Regno Unito. In futuro ci sarà una competizione fra Regno Unito e paesi dell’Unione sulle norme, con il primo svincolato da vantaggi e obblighi, come a esempio sugli aiuti di Stato"

Genova - La Brexit segna uno spartiacque nella storia dell’Unione europea, dagli esiti non prevedibili. E’ l’occasione per ogni Stato, compresa l’Italia, di interrogarsi sulla propria appartenenza all’Unione. Fra partecipare attivamente come Stato membro nell’elaborazione delle decisioni dell’Unione europea, sgomitando per competere con gli altri Stati, e tagliare radicalmente i ponti e azzardare tutto sul terreno internazionale, come ha fatto il Regno Unito con la Brexit, l’Italia spesso sembra scegliere una terza via: restare nell’Unione subendo le decisioni altrui. E’ quanto accaduto negli ultimi anni su numerosi dossier: Davide Maresca, esperto di diritto dell’economia e dei trasporti, ne cita alcuni, come dazi sull’alluminio, fusione Fincantieri-Stx, Alitalia, Ilva, stabilimenti balneari.

Che cosa pensa della Brexit?
“L’accordo - risponde Maresca - ha evitato l’hard Brexit, che era uno spauracchio per l’Unione, ma anche per il Regno Unito: sarebbe stato un fallimento politico epocale. Trattandosi di una prima volta, vedremo come questo accordo sarà declinato”.

Quali sono gli aspetti che rimangono aperti?
“Posto che i principi della libera circolazione vengono ribaditi nell’accordo stesso, va tenuto conto che il fondamento dell’Unione europea è il mercato unico che si declina attraverso quattro libertà garantite a tutti i cittadini e le imprese dell’Unione: libera circolazione dei servizi, dei capitali, delle merci, dei lavoratori. Sono le basi, per fare un esempio, dell’obbligo di gara e del codice degli appalti, per consentire a tutti di accedere al mercato interno. Se uno Stato non le rispetta, il giudice può applicare direttamente il diritto comunitario e condannare lo Stato o l’amministrazione. Queste norme entrano direttamente nell’ordinamento degli Stati membri. Una cosa diversa è se questi principi passano dall’ordinamento del diritto comunitario a quello del diritto internazionale, come succede nel caso della Brexit. Il controllo dell’effettività dei principi di fatto non entra più dentro i processi e le pratiche amministrative. E’ ancora tutto da scoprire come il diritto alla libera circolazione potrà essere affrontato nella pratica. In materia marittima a esempio c’era il regolamento sul cabotaggio che liberalizzava, ma dava alcuni diritti, o il regolamento sulle Conference che potevano o meno fare accordi fra di loro. Tutto questo oggi non è affatto definito nel dettaglio fra Unione europea e Regno Unito”.

La Brexit costituirà un precedente per altri Stati o è un caso isolato?
“Diventa un precedente per altri Paesi, ma a doppio taglio: da un lato mostra la complessità di un’operazione come questa, dall’altro però dimostra che si può fare”.

Che cosa succederà adesso?
“Chi soffre maggiormente in questo momento sono cittadini e imprese straniere nel Regno Unito. In futuro ci sarà una competizione fra Regno Unito e paesi dell’Unione sulle norme, con il primo svincolato da vantaggi e obblighi, come a esempio sugli aiuti di Stato. Anche il Wto impone ai propri membri norme sugli aiuti di Stato, ma non arriva al punto da imporre ai singoli Paesi di recuperare le somme versate, come fa l’Unione europea. Ma ricordiamoci che la tendenza del mercato è sempre più globalista: è difficile per un singolo Paese resistere al mercato. I vettori marittimi, come le banche e altre imprese sono sempre più grandi, spesso più forti degli stessi Stati”.

Come può l’Italia trarre vantaggi dall’Unione europea?
“L’Italia è poco presente a Bruxelles e non partecipa granché ai processi decisionali. L’Europa è un’opportunità di crescita se ci si comporta davvero da squadra, altrimenti diventa un onere burocratico e basta. L'Italia non ha alternative a restare, ma deve cercare di contare di più, lavorando anche contro l'autoreferenzialità delle strutture comunitarie”.

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