Coronavirus, i big liguri tra cassa e smart working

Sulle compagnie crocieristiche pesa il fermo delle flotte: quasi 1.000 dipendenti degli uffici genovesi sono sotto ammortizzatore sociale, sommando Costa e Msc. Situazione non positiva nemmeno sui terminal

di Simone Gallotti

Genova - E’ il fronte del porto quello più delicato. E sono i lavoratori delle crociere a pagare il prezzo più alto: le navi sono ancora ferme, in attesa che il governo decida quando e come si potrà nuovamente salire a bordo. Non per tutti però è così: abbiamo preso in esame le maggiori aziende della Regione per fatturato e numero di dipendenti e tutte stanno reagendo diversamente alla crisi innescata dal Covid. Anche se il ricorso alla cassa integrazione si sta allargando. La Liguria è il quartier generale di Costa Crociere, il marchio italiano del gruppo americano Carnival che ha sede nel centro di Genova. La cassa integrazione è stata la soluzione per abbattere i costi a fronte di ricavi ridotti a zero. Gli 850 dipendenti hanno cominciato ad usufruire degli ammortizzatori sociali per il Covid dal 4 maggio e sino al 5 luglio il gruppo ha deciso di proseguire con questa strategia. Dalla cassa integrazione sono esclusi i dirigenti e il management della compagnia che si sono però autoridotti lo stipendio per compensare parzialmente le perdite in busta paga dei “soldati semplici” dell’azienda. Dal primo giugno però i giorni a settimana di cassa passeranno da due a tre, con un impatto più pesante sul salario. Costa comunque anticipa il trattamento (erogato attraverso il fondo Solimare) così da evitare ritardi per i dipendenti. L’altro colosso delle crociere, Msc, ha chiesto la cassa integrazione per i dipendenti: in Liguria ci sono circa un centinaio di dipendenti compresi quelli della divisione del Food&Beverage ed è scattata la cassa che probabilmente verrà prolungata. Le compagnie sono in attesa che vengano stabilite le regole per la ripartenza, sia sulle rotte che sulla modalità. La settimana prossima dovrebbe aprirsi il tavolo con il governo e qualcosa potrebbe muoversi. Anche nei terminal portuali genovesi la situazione non è positiva.

Il traffico sta calando con un trend che potrebbe rapidamente arrivare a -40%, confermando così le peggiori previsioni degli operatori. Ad aprile intanto gli scali liguri hanno segnato uno dei risultati peggiori della storia recente: i passeggeri sono quasi azzerati (-98,4%) e il traffico container ha subito una contrazione del 15,8%. La movimentazione commerciale ha chiuso perdendo il 31% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Il numero dei terminalisti che ha deciso di accedere agli ammortizzatori sociali è così cresciuto: oltre a Sech, Messina e San Giorgio, si è aggiunto anche Spinelli che ha aperto la procedura. Solo le banchina di Psa a Voltri-Pra’ resistono ancora «con molti amministrativi che lavorano in smart working - spiega Enrico Poggi, l’uomo dei porti della Cgil - ma il momento è veramente difficile».

Le altre aziende liguri della classifica, ma che operano oltre le banchine, presentano una situazione in continua evoluzione. Il Rina ad esempio: «Sui 1900 che seguiamo noi della Cgil, la quasi totalità lavora da casa. L’azienda però ha aperto il tavolo per accedere alla cassa, anche se siamo ancora in trattativa per declinare nel modo migliore gli ammortizzatori nella realtà aziendale». Il mondo Leonardo è variegato «ma la maggior parte dei dipendenti è in smart working - spiega Bruno Managanaro leader della Fiom - mentre la produzione dell’Oto Melara non si è fermata». Il totale del gruppo arriva a oltre 2.200 dipendenti in Liguria. Poi c’è Fincantieri, con 3 mila lavoratori sparsi nei bacini del civile (navi da crociera) e militare: «Lunedì terminerà la cassa e i bacini torneranno alla rapida e piena operatività» dice ancora Manganaro. Nella sede del colosso navalmeccanico e dove possibile, si ricorre allo smart working, ma nella produzione delle navi senza operai non si possono completare le commesse. Ansaldo Energia, l’azienda guidata da Giuseppe Marino che dà lavoro a 2.400 persone, ha portato le officine alla piena operatività, mentre lo smart working rimane per almeno un migliaio di dipendenti: bisogna intensificare la turnazione nelle officine per consentire un recupero sui tempi di consegna, in diversi siti produttivi: Porto Marghera, Presenzano e Turbigo. Serviranno quindi più persone nel turno del sabato per completare le molte commesse e l’accordo dovrebbe essere firmato già nelle prossime ore. Poi c’è Abb a Sestri Ponente, con 350 dipendenti totale e 300 in smart working. Nella sede del Molo Giano ci sono 70 lavoratori quasi tutti operativi. Hitachy ha invece 500 dipendenti che attualmente lavorano da casa, ma l'azienda sta predisponendo un piano di rientro. Erg, 200 persone ha il 95% dei propri dipendenti in smart working come spiegano i sindacati. Arcelor Mittal, come ha spiegato Il Secolo XIX nei giorni scorsi, ha mille dipendenti e una cassa a rotazione per 590 lavoratori, mentre Ilva in amministrazione straordinaria ha trovato un accordo con il Comune di Genova per 221 lavoratori che saranno impiegati nei lavori di pubblica utilità. Alessandro Vella, segretario della Fim Cisl Liguria: «Bene l’intesa con il Comune sulla ripresa delle attività, ora gli occhi puntati sul piano industriale di ArcelorMittal». Infine Iren, il colosso delle multiutility che su un totale di mille dipendenti ne conta circa la metà in smart working.

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