La green economy? Non è una questione russa / FOCUS

La produzione di carbone ha registrato anch’essa un aumento considerevole toccando quota 440,7 milioni. Negli ultimi sette anni l’estrazione del “minerale nero” in Russia è crescita del 30% e non accenna a fermarsi

La Russia non intende rinunciare al carbone

di Elisa Gosti

Genova - Mosca non sposa la “green economy”. La risposta russa al cambiamento climatico non include, nel modo più assoluto, una riduzione dell’estrazione di carburanti fossili. La produzione non sarà intaccata: al contrario, il Paese ha tutta l’intenzione di sostenere il settore che ha registrato una crescita record nel 2019.

Sono dati da record quelli che riguardano l’industria energetica russa: il ministro dell’energia Aleksandr Novak, a fine dicembre, ha dichiarato ai media russi che la produzione di petrolio aveva raggiunto quota 560 milioni di tonnellate, con un aumento dello 0.7% rispetto al 2018, mentre la quella del gas naturale ammontava a 738 miliardi di metri cubi con un incremento dell’1,7% rispetto sempre all’anno precedente. La produzione di carbone ha registrato anch’essa un aumento considerevole toccando quota 440,7 milioni, con una crescita su base annuale dello 0,2%. Negli ultimi sette anni l’estrazione del “minerale nero” in Russia è crescita del 30% e non accenna a fermarsi. Secondo i programmi di sviluppo presentati dal governo la produzione annuale di carbone potrebbe raggiungere quota 670 milioni di tonnellate entro i prossimi quindici anni. Per sostenere la crescita è prevista l’apertura di nuove miniere, in il settore petrolifero ha registrato uno sviluppo significativo negli ultimi anni. Nel 2019 l’output era pari a 495 milioni di tonnellate: nel giro di dieci anni è cresciuto di oltre 13 milioni. Anche il gas naturale sembra destinato a svilupparsi in modo importante, soprattutto grazie all’apertura di nuovi impianti nella penisola dello Yamal.

La regione Yamal-Nenets – dove origina l’80% della produzione – sostiene che si possa registrare una crescita del 30% solo nei prossimi tre anni. Dati positivi a livello economico che però fanno emergere una grande contraddizione: risultano evidenti ormai le drammatiche conseguenze che il cambiamento climatico sta producendo sul territorio. La Russia sta pagando gli effetti del riscaldamento globale più di molti altri paesi, come dichiarano gli stessi report governativi sul “climate change”. A partire dalla metà degli anni settanta, infatti, le temperature atmosferiche nel paese sono aumentate con una media di 0,47 gradi Celsius ogni decennio, due volte e mezzo in più rispetto alla media globale dell’aumento delle temperature: «Una parte significativa del territorio russo si trova in aree che pagano le maggiori conseguenze relative al surriscaldamento, con considerevoli e aggravati effetti sullo sviluppo economico e sociale del paese, oltre che sulle condizioni di vita e sulla salute pubblica» scrivono gli autori del report. Gli stessi autori elencano anche una serie di altri punti problematici, sottolineando come il 2019 sia stato l’anno più caldo mai vissuto dal paese: un dato emblematico che determina la previsione di un futuro non roseo dal punto di vista climatico.

La più grande deviazione di temperatura si è registrata proprio nella regione artica. Nonostante le evidenze prodotte, il governo non ha ancora un piano per affrontare la situazione climatica. Lo stesso documento realizzato sottolinea solo le modalità di adattamento ai cambiamenti ma non suggerisce in alcun modo le strategie per combatterli. «Gli sforzi internazionali per passare ad una “green economy” non riguardano la Russia in modo diretto ma rimangono confinati nell’ambito della sola politica estera» sostiene il report. La Russia si sta preparando ad affrontare la nuova realtà climatica. Il paese non ha nulla in contrario agli sforzi internazionali relativi al cambiamento climatico, ma solo se questi ultimi non si scontrano e non configgono con lo sviluppo della potente industria energetica nazionale.

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