Navi, droni-ispettori per abbattere i costi della manutenzione

Robins, acronimo di Robotics technology for inspection of ships, è il progetto finanziato dalla Commissione europea e che oltre alla Ships Surveys and Service coinvolge una decina tra aziende e università

Una simulazione nella sala-prove dell'Università di Genova

di Francesco Margiocco

Genova - L’ispettore delle navi si muove su ponteggi di canne di bambù legate col filo di ferro. «In Cina fanno così», dice Umberto d’Amato, e proietta sullo schermo l’immagine di operai arrampicati su questi tralicci precari, lungo la fiancata di una porta-rinfuse alta decine di metri. Il mestiere dell’ispezione e manutenzione delle navi non è tra i più sicuri. «Ogni Paese ha le sue usanze. In Cina il bambù, in Vietnam cose simili. Da noi gli standard sono un’altra cosa, ma i tempi necessari per le ispezioni restano lunghi, e i costi per gli armatori alti». D’Amato è direttore tecnico della Ship Surveys and Service, società di Napoli che si occupa, anche, di ispezioni navali, e che partecipa a un progetto di ricerca internazionale per rendere più moderno e sicuro il suo settore. La ricetta, ancora una volta, sta nell’uso, al posto dell’uomo, del robot.

Robins, acronimo di Robotics technology for inspection of ships, è il progetto finanziato dalla Commissione europea e che oltre alla Ships Surveys and Service coinvolge una decina tra aziende e università. L’azienda svizzera Flyablity partecipa con il suo drone volante, la General Electric con un suo trattorino filo-comandato, l’Università delle Baleari ha costruito un drone intelligente che sa muoversi da solo. Cesare Rizzo spiega che «il drone volante della Flyability ha una forma circolare e un diametro di circa 390 millimetri, abbastanza piccolo per attraversare i passi d’uomo», le aperture negli scafi che consentono il passaggio delle persone, «e molto agile e veloce», mentre il mini-cingolato della General Electric riesce a ispezionare nei dettagli le pareti interne di stive, cisterne, casse di zavorra. Al dipartimento di ingegneria navale dell’Università di Genova, dove insegna, Rizzo ha allestito con i suoi colleghi una grande sala per metterli alla prova. La sala ricostruisce, in scala 1:1, l’interno di uno scafo, con doppi fondi, doppi fianchi e mini-stiva. «Per rendere il tutto più verosimile, simuliamo forte vento, con l’uso di ventilatori, e nebbia e pioggia, con dei nebulizzatori». Rizzo ha presentato i risultati di questi esperimenti giovedì, a un convegno all’Università di Genova. Con lui c’erano diverse delle aziende nominate, oltre al Rina Services, braccio operativo del Rina nelle ispezioni navali e coordinatore del progetto. «Abbiamo ancora un anno per dimostrare la validità del nostro lavoro», dice il professore. A giudicare dalle reazioni in sala durante il convegno, l’industria navale è interessata.

È il fattore tempo ad attirare l’attenzione, come illustra Leonidas Drikos, direttore della Glafcos Marine, società greca di ingegneria, consulenza e ispezioni navali. «In un qualsiasi cantiere europeo, ci vuole un mese di lavoro solo per montare i ponteggi necessari a ispezionare l’interno di una petroliera». In Europa sono in alluminio, non in bambù, ma pur sempre antiquati e pericolosi rispetto ai droni che, spiega Drikos, «fanno tutto il lavoro in due-tre settimane». L’ispezione delle navi è un rito che, per legge, si compie ogni anno. Ogni cinque, poi, la nave viene messa a secco, i ponteggi montati all’esterno e all’interno, le pareti perlustrate alla ricerca di danneggiamenti e corrosioni. «Quando la nave è giovane vengono visitate solo alcune sue componenti, dai dieci anni in su la visita dev’essere totale», dice d’Amato. Questo ha un costo, in tempo e in denaro. «Almeno dieci giorni per ispezionare una nave, 5 mila euro per metterla in bacino, 2 mila euro al giorno per lasciarcela, più l’elettricità e gli altri servizi», è il veloce conto della spesa del direttore tecnico di Ships Surveys and Service. I droni sono una realtà ormai consolidata; ma entrano tardi nell’industria navale anche per colpa di regole anacronistiche. Tra i requisiti minimi per le ispezioni delle navi, l’International Association of Classification Societies, associazione internazionale delle aziende di certificazione navale come il Rina, fissava la necessità di ispezionare le pareti “at reach of hand”, a un palmo di mano, quindi di persona. Ma gli estensori del regolamento hanno di recente eliminato quella formula, e aperto così la strada, anche in questo settore, alla tecnologia. —

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