"Premuda, la crescita della flotta continuerà anche nel 2020"

Parla l'ad Marco Fiori: "Ipo in quattro anni. Oggi gestiamo ventidue unità, di cui tredici cisterne e nel corso del 2020 succederanno tante cose: intendiamo consolidare questo percorso, anche attraverso nuovi ingressi nella flotta".

Marco Fiori

di Francesco Ferrari

Genova - Uscire al più presto, «auspicabilmente con il bilancio 2020», dal piano di risanamento previsto dall’articolo 67 della legge fallimentare, incrementare il numero di navi gestite, stabilizzare la riorganizzazione interna dell’azienda.

Un percorso di crescita, quello del gruppo Premuda, che dovrebbe concludersi con un’Ipo e la contestuale quotazione in Borsa (Oslo o New York le piazze potenziali) «non prima di tre-quattro anni», quando la massa critica si aggirerà intorno al mezzo miliardo di dollari. A un anno dal suo insediamento al timone della storica società armatoriale genovese, dal 2016 controllata dal fondo di investimenti Pillarstone, Marco Fiori traccia un quadro «molto positivo» dell’attività svolta nel 2019: «Abbiamo rispettato i target più importanti – racconta l’ad al Secolo XIX – a partire dall’aumento della dimensione della flotta. Nel 2018 Premuda aveva tredici navi, con un business fortemente sbilanciato sul carico secco. Oggi gestiamo ventidue unità, di cui tredici cisterne. E nel corso del 2020 succederanno tante cose: intendiamo consolidare questo percorso, anche attraverso nuovi ingressi nella flotta».

Gli ingressi più recenti sono stati quelli delle cinque cisterne che Pillarstone ha ricavato dal fallimento della compagnia napoletana Rbd (Rizzo, Bottiglieri e De Carlini): «Quello del carico liquido è un settore in controtendenza rispetto al dry cargo – spiega Fiori – Un settore che cresce e che testimonia la bontà della scelta che abbiamo fatto quando abbiamo deciso di bilanciare la composizione della flotta». Flotta che, nei piani del management, dovrà assestarsi su un’età media di 8-9 anni, «perché è quello che chiede il mercato nel momento in cui decidi di proporre un’Ipo». Anche per questo Premuda monitorerà con attenzione il mercato second hand: «Sono convinto che il mercato delle navi moderne e usate sia ricco di opportunità e sono fortemente contrario ai maxi-ordini. La storia insegna che spesso gli armatori hanno dimostrato di essere i peggiori nemici di se stessi quando hanno scelto di ordinare quantità insensate di nuove navi».

A proposito di usato: Premuda nel 2019 ha ceduto la Four Smile, nave di diciotto anni, a un prezzo che Fiori definisce «strepitoso», diciassette milioni e mezzo di dollari. «Qualche mese prima ne valeva 12. E’ vero che il mercato ci ha aiutati, ma è anche vero che non puoi vincere la lotteria se non hai in mano almeno un biglietto», scherza l’ad. «Noi siamo stati molto coraggiosi quando abbiamo portato una nave di quell’età in bacino». E se la strategia delle alleanze va avanti, Fiori definisce improbabili, al momento, nuove acquisizioni di società: «Oggi non è facile, il tema è troppo laborioso. Quando ho iniziato a lavorare nello shipping, 23 anni fa, una società con sedici navi Mr (medium range) era considerata grande. Oggi se non ne hai almeno cinquanta non sei considerato tale».

L’obiettivo primario di Premuda, ora, è uscire dal regime dell’articolo 67. «E’ una questione formale – spiega il cto Enrico Barbieri – ma vogliamo arrivare a questo traguardo in anticipo rispetto al percorso quinquennale previsto dalla legge. Iniziare a parlarne dopo un anno e mezzo, per noi, è un motivo di grande orgoglio». Nei piani di Premuda c’è anche la consegna di una newbuilding in Giappone nel 2021. Un mercato finanziario, quello giapponese, che Premuda sta sfruttando «grazie al prestigio del nostro marchio e alla solida fiducia che i nostri interlocutori ci riconoscono», e che sta garantendo «tassi molto più interessanti di quelli occidentali» in un momento in cui zil credit crunch si sta riaffacciando pericolosamente sul mercato dello shipping». A proposito di credito: cosa pensa Fiori del progetto promosso da Confitarma e governo riguardante la creazione di un fondo pubblico destinato all’economia marittima? «Penso che ogni iniziativa volta a colmare questo vuoto vada sostenuta, perché per sua natura lo shipping ha bisogno di un terreno creditizio molto fertile».

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