Moby, niente accordo con gli obbligazionisti: "Vogliamo soddisfare tutti i creditori"

Moby chiede più tempo, aprendo «un tavolo di confronto tra i rispettivi consulenti, ribadendo la piena disponibilità a cercare delle soluzioni tutelanti dei creditori»: perché «la volontà è quella di soddisfare tutto il ceto creditorio, e non singole posizioni»

Un traghetto Moby a Marsiglia

di Alberto Quarati

Milano - La compagnia di navigazione Moby della famiglia Onorato non ha raggiunto un accordo con gli obbligazionisti riuniti nel gruppo Ad Hoc, cioè i fondi hedge (Soundpoint Capital, Cheyenne Capital e York Capital) che detengono 300 milioni di bond in scadenza al febbraio 2023, e che a ottobre dello scorso anno avevano presentato istanza di fallimento per la compagnia, prevedendone - a seguito di un’operazione di scambio di traghetti con la società danese Dfds considerata dubbia - un’insolvenza prospettica e futura proprio entro il mese che si è concluso ieri, quando Moby avrebbe dovuto liquidare la cedola. L’istanza, è noto, fu respinta dal tribunale e non reiterata dagli obbligazionisti, che dopo una lunga trattativa stabilirono a metà dello scorso mese uno standstill agreement che ha congelato il pagamento della cedola fino al giorno 29, ieri appunto, per provare a trovare una composizione con la compagnia di navigazione.

«Moby e i suoi azionisti - fanno però sapere dal quartier generale di Milano - purtroppo hanno ricevuto una proposta che non è compatibile con le leggi applicabili, con i contratti vigenti ed è eccessivamente penalizzante per i creditori non appartenenti all’Ad Hoc Group», che dall’istanza di fallimento in avanti ha chiesto alla famiglia un passo indietro agli Onorato nella gestione della società. Sul punto, Moby peraltro avrebbe fatto un’apertura, perché, scrivono gli Onorato, «la famiglia ha più volte ribadito anche formalmente» la disponibilità ad attribuire ai creditori «diritti di supervisione e veto per l’esecuzione del business plan e la creazione di comitati con diritti su parti correlate, nomine e remunerazioni». Ma la questione, è che ora Moby chiede più tempo, aprendo «un tavolo di confronto tra i rispettivi consulenti, ribadendo la piena disponibilità a cercare delle soluzioni tutelanti dei creditori»: perché «la volontà è quella di soddisfare tutto il ceto creditorio, e non singole posizioni». Infatti, Moby sta trattando la ristrutturazione del debito da 160 milioni di euro con le banche - Unicredit in testa - «che hanno manifestato la disponibilità a concedere uno standstill per permettere la conclusione dei negoziati». Moby chiede ai bondholders «analoga disponibilità». Insomma, un ulteriore congelamento, perché Moby possa portare avanti un tavolo e l’altro, corroborata dal l’ultima perizia sul valore della flotta (oltre un miliardo di euro, «se tali valori saranno confermati dall’attestatore in corso di nomina»).

A metà febbraio l’agenzia di rating Standard & Poor's ha rivisto al ribasso il rating a lungo termine su Moby, tagliandolo a “SD” (default selettivo) da “CCC-“. Al contempo, la valutazione sul debito senior della società è stata abbassata a “D” da “CCC”. Moby impiega 5.800 persone. Nell’ultima trimestrale (settembre 2019) il gruppo ha registrato un margine operativo lordo di 118 milioni di euro. Il debito finanziario netto della compagnia è 591 milioni. —

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