Mattioli: "Basta divisioni, gli armatori tornino a parlare con una sola voce" / L'INTERVISTA

"Il tentativo di ricucire lo strappo c’è sempre stato, ma credo che oggi si renda più urgente per la doppia crisi che stiamo vivendo: quella economica, italiana e globale, e quella legata al coronavirus"

Mario Mattioli nella redazione del Secolo XIX a Genova

di Francesco Ferrari

Genova - "Diplomazie al lavoro? Diciamo che quelle hanno iniziato a lavorare nel giorno stesso in cui il settore si è diviso…". Mario Mattioli affida a una battuta quella che, a tutti gli effetti, potrebbe tradursi in una svolta per il settore armatoriale italiano. A due anni dalla scissione che ha portato alla nascita di Assarmatori, il presidente dell’associazione confindustriale Confitarma si fa promotore di un appello inequivocabile: «L’idea di avere due associazioni in rappresentanza del settore è una cosa anomala e sta creando una forte perdita di potenza nell’armamento».

Possiamo parlare di un riavvicinamento tra le due fazioni, presidente?
«Diciamo che negli ultimi giorni ci sono state alcune mosse decisamente importanti. Quando due figure di primo piano come Manuel Grimaldi e Paolo d’Amico, che sono anche gli ultimi past president di Confitarma, segnalano la necessità di avere un’unica associazione, significa che qualcosa sta succedendo. Il tentativo di ricucire lo strappo c’è sempre stato, ma credo che oggi si renda più urgente per la doppia crisi che stiamo vivendo: quella economica, italiana e globale, e quella legata al coronavirus. Spero che Assarmatori possa recepire in maniera corretta la richiesta che sta arrivando».

Indiscrezioni parlano di un recente incontro tra lei e il presidente Stefano Messina, a Roma.
«Con Stefano i rapporti sono personali, e ci sono da sempre. Ci sono stati contatti anche di recente, non ultimo in occasione del tavolo sul contratto collettivo. Le visioni non sono state sempre coincidenti, penso a temi come la bandiera e i marittimi, ma ciò non ha mai precluso il dialogo. Del resto, l’ho detto fin dal primo giorno: è stato un errore, e non voglio attribuirlo né a una parte né all’altra, interrompere 116 anni di storia comune all’interno di un sistema associativo, quello di Confitarma, che è sempre stato un modello di compattezza per altri settori dell’economia. Oggi più che allora credo che avere diverse associazioni in rappresentanza di interessi equivalenti sia il modo migliore di regalare un alibi a chi, anziché decidere, non prende decisioni».

A proposito della bandiera: come è possibile arrivare a una posizione non conflittuale? Messina propone l’adozione di una bandiera unica europea.
«Attenzione, qui serve un po’ di chiarezza. Nessuno può fare proposte out of the blue. L’Europa alla fine degli anni Novanta si è data alcune linee guida che tutti i Paesi possono applicare, con margini prefissati. Nel nostro caso, abbiamo optato nel 1998 per il registro internazionale e nel 2004 per la tonnage tax, limitando i benefici alla bandiera italiana con l’obiettivo di fare crescere un sistema economico che oggi vale il 2% del Pil e 32 miliardi di euro. Tutto ciò in base al principio del genuine link, ovvero il legame dell’impresa con il territorio. Ora l’Europa chiede ai Paesi membri di estendere i benefici a quelle società che, pur essendo basate sui rispettivi territori, utilizzano bandiere di altre nazioni comunitarie. C’è un tavolo aperto Italia-Ue su questo argomento, che dovrebbe portare alla rivisitazione del nostro sistema. Il modello è l’apertura alla possibilità di registrare una nave all’estero, anche se non sappiamo ancora a quali condizioni e con quali benefici».

La sede dovrà comunque restare in Italia.
«A mio avviso sì. Un soggetto straniero, per beneficiare del sistema italiano, dovrebbe portare le sue navi sotto una controllata italiana. Cosa che qualcuno ha già fatto, peraltro».

Parliamo di Tirrenia. Che cosa pensa della recente pronuncia della Commissione europea?
«L’argomento è talmente chiaro da non meritare commenti».

Sul contratto di servizio pubblico, però, il governo dovrà prendere una decisione.
«Nel corso degli anni sono stati portati all’attenzione forme alternative di sostegno, come succede in altri Paesi. La Spagna, per esempio, ha scelto di privilegiare il passeggero, che può decidere in libertà quale vettore usare. Anni fa, in effetti, la continuità territoriale era posta in capo a un unico soggetto. Ma con l’aumento dell’offerta di Autostrade del mare si è creato un mercato con un traffico continuo ro-ro e ro-pax che oramai è in grado di garantire pienamente la continuità. Le tratte da sovvenzionare ci sono, ma sono marginali e limitate al trasporto pubblico locale».

Da mesi Confitarma chiede la creazione di un fondo pubblico a sostegno dello shipping. A che punto siete arrivati?
«L’ho detto anche due giorni fa al tavolo governativo sull’emergenza coronavirus: prima di promuoverlo, il made in Italy dobbiamo proteggerlo. In Italia abbiamo player importanti, nella finanza privata e in quella pubblica, penso ad esempio a Cdp: vogliamo continuare a farci aggredire dall’estero o crediamo sia utile fornire alle aziende gli strumenti necessari per competere? Non dico di arrivare agli eccessi di Trump, ma un po’ di “Italy first” ci vorrebbe... Tornando alla sua domanda: spero che, a maggior ragione in un momento di emergenza come questo, si possa trovare una soluzione al problema dell’accesso al credito». —

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