Certificazioni in remoto, appello del Rina: "L'Italia si adegui o perderà armatori" / IL CASO

Salerno: "Per il Rina i ritardi italiani, lo dico a malincuore, non sono un problema. Noi possiamo lavorare in ogni parte del mondo: è questione di reputazione, di qualità delle persone. Il rischio è un altro: se la bandiera italiana perde competitività, è normale che gli armatori inizino a guardarsi intorno"

di Francesco Ferrari

Genova - Per il mondo dello shipping è stata una pietra miliare. Per la tecnologia italiana, forse, qualcosa di più. Per la prima volta nella storia le ispezioni per poter convalidare la certificazione statutaria e quella di classe di una nave, entrambe obbligatorie per poter navigare, sono state compiute in remoto da un’azienda genovese: il Rina. È successo sulla nave portarinfuse Cielo di Gaspesie, della flotta d’Amico. «Ed è stato un momento davvero emozionante – racconta il direttore generale del gruppo, Nello Sulfaro – Anzitutto perché nessuno, prima di noi, aveva portato a termine questo tipo di certificazione. E poi per l’impatto visivo delle ispezioni. Abbiamo allestito un apposito centro al Pireo, con dodici maxi-schermi da 50 pollici: da qui, grazie al drone pilotato da remoto, è stato possibile entrare nel cuore della nave e portare a termine un’ispezione accuratissima, con un livello di dettaglio superiore all’occhio umano. In totale sicurezza e con le migliori tecnologie live streaming disponibili».

Per quale motivo è stato scelto il Pireo come base lo spiega, con la solita schiettezza, l’ad Ugo Salerno: «Perché la Grecia resta la capitale internazionale dell’armamento. Ma anche perché in Italia non siamo ancora autorizzati a effettuare questo tipo di certificazione». L’operazione sulla Cielo di Gaspesie è stata approvata dall’Autorità di bandiera della Liberia. «Ma contiamo di chiudere presto accordi simili con le bandiere di Malta, Panama, Singapore, Marshall, Cayman – dice Salerno – Insomma: con le più importanti autorità al mondo. Quello che in molti non capiscono è che fermare la tecnologia non è possibile. Queste ispezioni sono fatte in sicurezza, garantiscono la massima qualità e, diciamolo, sono destinate a ridurre sensibilmente costi e rischi. E poi, con questo sistema abbiamo un monitoraggio continuo della nave: l’ispezione non è più un esame a sorpresa, è la chiusura formale di un’attività che va avanti per mesi. Non a caso i più entusiasti, dopo un iniziale e ovvio scetticismo, sono gli armatori». E l’Italia, quando si adeguerà? «Al momento non se ne parla – continua Salerno – Purtroppo abbattere decenni di burocrazia stratificata non è semplice. Diciamo che l’Italia, da questo punto di vista, viaggia a una velocità troppo bassa per chi, come noi, si confronta con i mercati globali. E non è solo questione di emergenza Covid: noi siamo arrivati per primi a questo traguardo perché abbiamo iniziato a lavorarci anni fa. Investendo e credendo nell’innovazione. Per il Rina i ritardi italiani, lo dico a malincuore, non sono un problema. Noi possiamo lavorare in ogni parte del mondo: è questione di reputazione, di qualità delle persone. Il rischio è un altro: se la bandiera italiana perde competitività, è normale che gli armatori inizino a guardarsi intorno. E le alternative non mancano. Dal nostro punto di vista, cambia poco».

Anticipare i tempi («una scelta che fa parte del nostro dna») è diventata un’esigenza dopo l’emergenza sanitaria. Lo dimostra il progetto Safe Reopening Check, lanciato dal Rina per consentire alle piccole aziende e alle attività commerciali di adeguarsi alle normative anti-contagio: «Si tratta di un servizio online che permette di capire se la propria attività è in regola o meno – spiega Sulfaro – Basta compilare un questionario per ottenere una nostra valutazione. Il servizio basico, proprio perché ci rivolgiamo a piccole realtà, è gratuito». «L’emergenza virus ci ha insegnato una cosa: meglio rinunciare a una spesa superflua e dirottare l’investimento su progetti concreti - conclude Salerno - Noi questa strada l’avevamo già imboccata, ora stiamo solo accelerando. Certo: sarebbe più facile viaggiare tutti alla stessa velocità. Ma se il Paese resta indietro, noi non possiamo permettercelo».

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