Sono tornati a casa i pescatori di Mazara. "Su di noi violenze psicologiche" / IL VIDEO

Le sirene delle altre imbarcazioni a testimoniare l’affetto della città. Applausi poi diventati abbracci al momento dello sbarco in banchina. Momenti che definiscono la fine di una triste vicenda, ormai conclusa, che l’intera marineria vorrebbe non si ripetesse mai più.

Mazara del Vallo, l'arrivo dei pescatori nel porto tra baci e sirene a festa

Mazara del Vallo - Sono tornati nelle loro case dopo oltre cento giorni di prigionia in Libia e finalmente potranno iniziare le festività natalizie. Lo slogan intonato all’ingresso nel porto di Mazara del Vallo, dei due motopesca Antartide e Medinea con i 18 pescatori liberati giovedì, è la sintesi di un’attesa asfissiante: "La gente come noi non molla mai".

Le sirene delle altre imbarcazioni a testimoniare l’affetto della città. Applausi poi diventati abbracci al momento dello sbarco in banchina. Momenti che definiscono la fine di una triste vicenda, ormai conclusa, che l’intera marineria vorrebbe non si ripetesse mai più. Tutti i reduci sono stati sottoposti al tampone rapido, che ha avuto esito negativo, e adesso sono in attesa del riscontro dei tamponi molecolari, che dovrebbe arrivare nel pomeriggio.

I 18 pescatori hanno lasciato il porto alla spicciolata, accompagnati dai familiari, a bordo delle loro auto. Il viso smagrito e gli occhi scavati sono il segno evidente della loro detenzione. Il caso è iniziato la sera del primo settembre, con il sequestro dei due motopesca a 38 miglia dalle coste di Bengasi da parte delle autorità fedeli al generale Khalifa Haftar. Da quel momento la Farnesina e l’intelligence hanno monitorato la vicenda, con incontri regolari in Libia, raggiunta da Ciampino dagli uomini dell’Aise. Una trattativa proseguita per oltre tre mesi, lasciando all’asciutto di informazioni i familiari, che da Mazara del Vallo hanno cercato di accendere i riflettori internazionali sulle sorti dei pescatori.

La contestazione ufficiale era di aver pescato all’interno delle acque territoriali libiche, stabilite unilateralmente ai tempi di Gheddafi a 74 miglia, in barba alle tradizionali 12 miglia a livello internazionale. Nei giorni seguenti al sequestro, i pescatori sono stati anche accusati di ’traffico di drogà, come documentano delle foto pubblicate da AGI, ma l’accusa è stata poi giudicata inconsistente dai libici stessi. Nel corso delle trattative sarebbe stata avanzata la richiesta di uno scambio, l’estradizione di 4 calciatori libici condannati in Italia a 30 anni di carcere come scafisti di una traversata in cui morirono 49 migranti. L’accordo, secondo i media libici, sarebbe stato raggiunto contestualmente alla liberazione dei 18 pescatori, ma secondo quanto sostengono i loro legali, i quattro sono ancora detenuti, in attesa che venga fissata l’udienza davanti la corte di Cassazione.

Soltanto l’11 novembre è stata organizzata una "telefonata ufficiale", con i parenti dei marittimi collegati con Bengasi. Una conversazione durante la quale i pescatori hanno informato i familiari e i due armatori della loro condizione, chiedendo di fare tutto il possibile per ottenere la loro liberazione. Una testimonianza supportata dal sindaco di Mazara del Vallo, Salvatore Quinci, e dal vescovo, monsignor Domenico Mogavero, che nelle ultime settimane aveva perfino ipotizzato l’intervento dei corpi speciali.

Anche Papa Francesco ha dedicato alcuni passaggi dell’angelus per benedire i 18 pescatori, incontrando anche alcuni dei familiari in Vaticano, che in queste ultime settimane avevano chiesto a mani giunte il ritorno dei marittimi entro Natale. La liberazione è arrivata giovedì mattina, suggellata da un viaggio a Bengasi del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

 

"Ho temuto che i carcerieri fossero dei terroristi": a parlare è Giri Indra Gunawan, pescatore indonesiano di 43 anni, tornato oggi a Mazara del Vallo con gli altri 17 pescatori liberati. L'uomo racconta della prigionia e ribadisce di avere sentito dire a un carceriere che ci sarebbe stato uno scambio di prigionieri tra "Italia e Libia". Ma non ne ha "la certezza". "Abbiamo subìto violenze psicologiche".

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