L'Iran riprende l'arricchimento dell'uranio e sequestra una nave coreana

La notizia è stata confermata dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), secondo cui «l’Iran ha iniziato a immettere uranio arricchito fino al 4,1% in se centrifughe a cascata presso l’impianto di Fordow con l’obiettivo di arrivare fino al 20%».

Teheran - L’Iran ha ripreso l’arricchimento di uranio al 20% nel sito sotterraneo di Fordow, a Est di Qom, in quello che - a due settimane dall’insediamento alla Casa Bianca - sembra un messaggio all’amministrazione Biden perchè si focalizzi da subito sul ritorno, immediato e senza precondizioni - al Jcpoa, l’accordo sul nucleare del 2015 da cui gli Usa di Trump sono usciti unilateralmente due anni fa facendo scattare il disimpegno graduale di Teheran. In un’escalation prevedibile in concomitanza con il primo anniversario dell’uccisione per mano americana del generale Qassem Soleimani a Baghdad, le Guardie della rivoluzione islamica hanno inoltre sequestrato nello Stretto di Hormuz una petroliera battente bandiera sudcoreana e diretta negli Emirati Arabi Uniti, per presunte violazioni delle norme sui rischi di inquinamento ambientale.

Una mossa che per alcuni osservatori è legata al mancato sblocco di asset iraniana per 7 miliardi di dollari congelati in Corea del Sud, dossier su cui era già in programma nei prossimi giorni la visita del vice ministro degli Esteri di Seul. L’avvio della produzione di uranio arricchito (ancora sotto la soglia d’allarme, perchè per l’arma nucleare serve uranio al 90%, ma comunque una violazione degli obblighi previsti dal Jcpoa che prevede una soglia del 3,7%), è stato annunciato dal portavoce del governo, Ali Raibei, il quale ha detto che a dare l’ordine è stato il presidente Hassan Rohani.

La notizia è stata confermata dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), secondo cui «l’Iran ha iniziato a immettere uranio arricchito fino al 4,1% in se centrifughe a cascata presso l’impianto di Fordow con l’obiettivo di arrivare fino al 20%». Gli ultimi sviluppi hanno scatenato la dura reazione di Israele: il premier Benjamin Netanyahu ha denunciato che la decisione di Teheran di «continuare a violare i suoi impegni non può essere spiegata se non col desiderio di sviluppare il programma nucleare militare». «Non lo permetteremo», ha tuonato su Twitter. Anche la Ue ha condannato il passo, bollandolo come «una considerevole divergenza rispetto all’accordo sul nucleare».

A contestualizzare la decisione della Repubblica islamica ci ha pensato il ministro degli Esteri, Javad Zarif: è un’azione «pienamente conforme a quanto previsto dal Jcpoa, in seguito ad anni di mancati adempimenti da parte degli altri partecipanti all’accordo», siglato nel 2015 da Teheran con Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Germania e Ue, ha scritto su Twitter. Zarif ha poi assicurato che l’Aiea è stata debitamente informata e che le misure sono «pienamente reversibili, dietro però il pieno rispetto da parte di tutti» degli impegni sottoscritti. Stesse parole risuonate anche dalla Russia, il cui rappresentante permanente presso le organizzazioni internazionali a Vienna, Mikhail Ulyanov, ha sottolineato che si tratta di «un passo prevedibile alla luce della legge approvata dal Parlamento iraniano» e che rimane una decisione «reversibile nell’ambito di una possibile normalizzazione della situazione intorno al Piano d’azione globale congiunto».

In risposta all’uccisione vicino Teheran dello scienziato nucleare di punta dell’Iran, Mohsen Farikhzade, il Parlamento aveva approvato, il mese scorso, una legge - sostenuta anche dal Consiglio dei Guardiani - che obbligava il governo ad aumentare l’arricchimento di uranio al 20% e chiedeva la fine delle ispezioni dell’Aiea, se i Paesi Ue e gli Usa non avessero cancellato le sanzioni sulla vendita del petrolio e sul settore bancario. Rohani aveva due mesi di tempo per procedere, ma qualcosa ha determinato un’accelerazione delle scelte.

Secondo alcuni osservatori potrebbero aver pesato le parole del prossimo consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, che alla Cnn ha ribadito che i missili balistici iraniani «devono essere sul tavolo» in una nuova trattativa tra Washington e Teheran sul programma nucleare e che si tornerà a parlare solo «se l’Iran torna a rispettare i termini dell’accordo sul nucleare, facendo marcia indietro sul programma». Praticamente il contrario delle condizioni che pone la Repubblica islamica, che chiede prima il ritiro delle sanzioni per garantire poi il controllo del programma nucleare, sempre dichiarato esclusivamente a scopo pacifico dal regime. L’Iran, inoltre, non intende includere il dossier dei missili a lungo raggio nei negoziati sul nuovo accordo perchè la ritiene una questione di interesse nazionale.

Sia le operazioni a Fordow che il sequestro del cargo sudcoreano, di cui Seul (che ha inviato una unità anti-pirateria) ha chiesto l’immediato rilascio, si inseriscono in un più ampio contesto di tensioni militari tra Teheran e Washington nel Golfo. Gli Stati Uniti hanno inviato nella regione due bombardieri B-52 un sottomarino a propulsione nucleare e hanno cancellato il rientro della portaerei Nimitz dal Golfo, come deterrente a possibili azioni da parte della repubblica islamica. Dal canto suo l’Iran ha annunciato, a partire da domani, due giorni di maxi esercitazioni con droni di forze armate, marina e aviazione nella zona di Senman e «ai confini» del Paese.

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