Rodolfo Esposito, storia di un marinaio sorrentino ai tempi del Grand Tour

Mio nonno fu un marinaio d'altri tempi. Con grande sacrificio portò avanti la numerosa prole: nei mesi estivi, come già anticipato, trasportando turisti con le sue barche, in inverno da navigante su grandi navi in navigazioni oceaniche. Fu più volte in America dove imparò quel tanto di inglese, francese e tedesco che poi gli servì per farsi ben capire dai turisti, suoi clienti

di Rodolfo Izzo (Casina dei Capitani di Meta)

Ricordo, con queste mie note, non un capitano o un comandante dal passato più o meno ardimentoso e glorioso, ma un semplice uomo di mare, uno straordinario marinaio della Marina Piccola di Sorrento vissuto nella prima metà del secolo scorso la cui principale occupazione, con le sue piccole barche a vela o a remi, fu quella di condurre turisti lungo la costa della penisola sorrentina, a Capri, a Punta Campanella, a Positano e oltre nel golfo di Salerno.

Rodolfo Orlando Esposito, questo fu il suo nome, nacque a Sorrento il 31 ottobre del 1880. Il nome Rodolfo era l'unico in quel tempo nella Città dove da secoli predomina Antonino, santo patrono di Sorrento e di tutta la costiera, nonché protettore dei naviganti. Di chiara origine nordica, glielo aveva assegnato suo padre Antonino per deferenza verso un barone tedesco di tal nome, suo datore di lavoro in quanto proprietario e armatore di uno yacht su cui si trovò imbarcato da marinaio. Per i suoi concittadini quel nome, Rodolfo appunto, era insolito, inusuale, ricordabile con difficoltà e altrettanto difficilmente pronunciabile in modo giusto. I più lo trasformavano semplicemente in "Adolfo" o in "Adolfo della Marina Piccola", in lingua napoletana “Adorf 'ra Marina Piccola”
Rodolfo ebbe sedici figli: tre dal primo matrimonio e ben tredici dal secondo. Dal primo matrimonio ebbe Giuseppina che andò sposa ad Antonino Izzo, valente ebanista specializzato nella tarsia artistica sorrentina famosa in tutto il mondo, dai quali nacquero Antonio, sacerdote, parroco e musicista, scomparso prematuramente col compianto da tutti, Annamaria e Rodolfo, autore di queste note.
Mio nonno Rodolfo fu un marinaio d'altri tempi. Con grande sacrificio portò avanti la numerosa prole: nei mesi estivi, come già anticipato, trasportando turisti con le sue barche, in inverno da navigante su grandi navi in navigazioni oceaniche. Fu più volte in America dove imparò quel tanto di inglese, francese e tedesco che poi gli servì per farsi ben capire dai turisti, suoi clienti. Possedeva una piccola flotta composta dalle classiche barche sorrentine, eleganti nelle forme, gentili e ben rifinite nelle strutture, a remi e a vela. Ne aveva cura particolare, erano il suo patrimonio e ne ricavava il sostentamento per la sua famiglia. Per una di esse, che aveva denominato "Fortuna", serbava un'attenzione particolare fino al punto di dire, scherzando ovviamente, di amarla più di sua moglie! Nel metterla in mare ne aveva tal cura da sostenerne delicatamente la poppa con la sua spalla onde evitare che la chiglia si abbattesse duramente sull'ultima falanga.

Le falanghe, detto per inciso, sono blocchi parallelepipedi di legno con solco trasversale al centro, unto di grasso, dove scorre la chiglia dell'imbarcazione,
Per Rodolfo le sue imbarcazioni dovevano presentarsi alla perfezione per ospitare con tutto il decoro possibile i "signori". Così in quegli anni di inizio Novecento venivano chiamati nel golfo di Napoli gli ospiti stranieri, ultimi rappresentanti dei viaggiatori del Grand Tour, fenomeno culturale iniziato nel diciassettesimo secolo che coinvolse l'aristocrazia colta e benestante e la cultura letteraria e artistica europea.
A Marina Piccola sono approdati in tanti: poeti, scrittori, personaggi illustri, regnanti e politici che hanno trovato a Sorrento e nella penisola sorrentina ospitalità, risanamento spirituale e fisico, nonché ispirazione per le loro opere e per le loro attività.
A bordo delle barche di Rodolfo doveva regnare pulizia, ordine; i cuscini, sempre intonati con i colori della barca, lindi, morbidi e senza tracce di salsedine. Per mantenere al massimo decoro le sue barche, Rodolfo non disdegnava tenerne ferma e inoperosa una per un giorno intero, anche in piena stagione estiva, se abbisognasse di una mano di vernice trasparente aggiuntiva onde proteggerla dal calore eccessivo del sole e preservare il colore vivo del legno.
Alle prime luci dell'alba mio nonno "Adolfo" era solito svegliare i suoi figli: tutti dovevano contribuire al bilancio familiare. Per sollecitarli a uscire dal letto, usava, ad alta voce, questa frase in lingua tedesca: "Schnell, schnell, schnell, steh auf es ist schon spat", che tradotto significa “Veloci, veloci, veloci, alzatevi è già tardi”.
La durezza della lingua teutonica, forse, gli appariva più efficace, incitava più decisamente a sbrigarsi e correre al pontile per preparare i "lanzini", così si suole chiamare le barche sorrentine più piccole, prima che giungessero i clienti, i "signori".
Uno dei suoi figli, Carlo, mi ricorda che nei primi decenni del secolo scorso, per il vitto della sua famiglia occorrevano cinque lire per settimana! A tal proposito mi racconta un episodio particolare. Un giorno suo padre imbarcò sul suo lanzino "Giuliana" una coppia di tedeschi da condurre in gita a Positano, ma poteva issare le vele soltanto con il vento a favore. Al ritorno, era solo, si levò nel pomeriggio un forte vento da maestrale che non gli consentì di doppiare Punta Campanella, in antico Capo Minerva, e dovette ritornare a Positano. Non si perse d'animo: lasciò la sua barca su quella spiaggia, si caricò sulle spalle i remi e il secchio con gli utensili affinché non andassero perduti e si avviò a piedi su per la collina attraverso sentieri impervi. Raggiunto il valico dei Colli di San Pietro, scese poi dal lato di Sorrento.

Chi conosce la zona può facilmente rendersi conto del faticoso cammino che fece da Positano a Sorrento. Arrivò dopo diverse ore a casa, trafelato ma contento, e disse a sua moglie: "Oggi m'aggio abbuscato dieci lire", volendo dire che quanto aveva così faticosamente guadagnato quel giorno sarebbe bastato per i bisogni dell'intera famiglia per due settimane.
Capitava, ad esempio dopo le festività natalizie, esauriti i risparmi, di dovere aspettare la nuova stagione turistica per lavorare e guadagnare; quindi si lesinavano le poche risorse, ci si arrangiava. Si cercava, al tempo stesso, di sostenere con attenzione l'efficienza del capo famiglia. Fondamentale a quei tempi la sua buona salute in quanto unica fonte di reddito per il mantenimento della moglie e dei figli piccoli. Vi erano sacrifici e privazioni incredibili. Il raccontarle oggi farebbe rabbrividire e ci porterebbe molto lontano. Spesso, purtroppo, un buon piatto era solo per il padre, bisognava nasconderlo ai figli ai quali appariva come un miraggio, un sogno.

Era un gesto crudele, ma indispensabile per far sì che il capofamiglia fosse in grado di affrontare il duro lavoro quotidiano e guadagnare per tutti, evitare che si ammalasse o peggio ancora che morisse, perché in tal caso sarebbe subentrata miseria nera per tutti. Per questi motivi molti ragazzi, anche in tenera età, pur di guadagnare qualcosa nel periodo invernale, si industriavano a cercare un lavoro, anche il più umile.

Pino e Gennaro, due dei figli di Rodolfo, trovarono una misera occupazione presso un ciabattino di Sorrento, impegnandosi a raddrizzare piccoli chiodi di recupero servendosi di un martello e tanta, tanta pazienza! Le figlie femmine, oltre alle consuete faccende domestiche, collaborarono anch'esse a sostenere la famiglia. Di estate, ad esempio, quando si traghettavano i turisti a Capri, esse davano il loro aiuto sulle barche per alleviare ai padri e ai fratelli un po' della fatica remando dal porto fino alla Punta del Capo. In quel tratto, a ridosso della costa, il remare è meno faticoso. Doppiato il capo di Santa Fortunata, quando maggiore diveniva lo sforzo a causa del vento contrario e delle onde in mare aperto, esse lasciavano i remi e subentravano i fratelli. Le famiglie della Marina Piccola erano molto unite e timorate di Dio. Nelle lunghe serate invernali, adulti e bambini si riunivano intorno al braciere per il Rosario, recitato o, meglio, intonato dal capofamiglia con fede, solerzia e corona tra le mani.
Adolfo, uomo rude e grande lavoratore, esperto marinaio aduso a non fermarsi davanti alle tante difficoltà dell'epoca, terminò purtroppo la sua vita in modo banale. Nella sera del 24 marzo dell'anno 1941, rientrando a casa sua giù alla Marina Piccola, passò a salutare un suo amico detto "Pistola" che gestiva un modesto locale di ristoro sito nel vicolo che da Piazza Tasso sbuca nei pressi dell'ingresso laterale della Basilica di Sant'Antonino. Si trattenne un poco, forse bevve un sorso di vino con lui e poi si incamminò verso casa giù per la lunga Rampa Marina Piccola. All'ultimo gradino inciampò e cadde battendo la nuca. Erano circa le nove. Di lì a poco passò un suo amico, "Dario 'o zuopp", fratello maggiore di "Cinche lire", vide il corpo dell'amico a terra in una pozza di sangue e cercò soccorso. La prima a giungere sul posto, ormai troppo tardi, fu mia zia Carmelina, sua figlia

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