Decarbonizzazione, Mattioli: “Armatori in prima linea, ma servono regole uguali per tutti”

“Gli armatori sostengono le politiche eco-sostenibili e cercano di farlo andando alla ricerca delle migliori soluzioni possibili per le diverse tipologie di business, anche se spesso si scontrano con una serie di ritardi infrastrutturali e burocratici che rallentano se non addirittura ostacolano molte iniziative”

Mario Mattioli

Genova – Secondo Mario Mattioli, presidente di Confitarma, oggi l’alta sensibilità nei confronti della sostenibilità ambientale è frutto di «una mentalità nuova che su questo argomento è cambiata non solo nel comparto armatoriale ma a 360 gradi nella vita delle persone tanto che anche il mondo industriale, ormai da anni, sta mettendo in pratica politiche verdi per favorire una diminuzione degli aspetti inquinamenti».

Nel vostro settore, sotto questo aspetto, cosa è cambiato?
«C’è una attenzione notevole che non riguarda solo le navi che ospitano passeggeri, come le navi da crociera e i traghetti, ma anche quelle adibite al trasporto merci. Il tema dell’attenzione verso l’ambiente è nell’agenda di ogni compagnia di navigazione, qualunque sia il suo business. Questo è il segnale, prima di ogni altra cosa, che c’è stato un cambiamento culturale. Gli armatori sostengono le politiche eco-sostenibili e cercano di farlo andando alla ricerca delle migliori soluzioni possibili per le diverse tipologie di business, anche se spesso si scontrano con una serie di ritardi infrastrutturali e burocratici che rallentano se non addirittura ostacolano molte iniziative».

Nel triennio 2022-24 gli ordini di navi container alimentate a Gnl o metanolo raggiungeranno il 17% del totale, con una capacità di carico del 28% sul totale di nuove navi. L'ultima frontiera dei carburanti green è rappresentata dall’idrogeno. Questa è la strada giusta?
«Da parte degli armatori italiani ci sono stati e ci sono sforzi enormi. La compagnie italiane hanno già fatto molto ma proprio per questo motivo è giusto continuare su questa strada senza fermarsi. Servono però regole uguali per tutti, a livello internazionale, che non interessino solo l’utilizzo dei carburanti puliti. Il nostro è un settore in continuo movimento, le navi sono in continuo movimento e per questo motivo è necessario avere norme identiche in tutto il mondo perché, faccio un esempio, gli effetti positivi sono minimi se abbiamo regole che in alcune parti del mondo devono essere rispettate e in altre zone non vengono messe in pratica».

Quali sono le prossime tappe che devono essere rispettate dal comparto armatoriale?

«Nel 2030 la maggior parte delle navi oceaniche di nuova costruzione dovrebbe funzionare con carburanti a zero emissioni. Le emissioni di CO2 del trasporto marittimo, entro il 2050, dovranno essere dimezzate rispetto ai livelli del 2008. Sono gli obiettivi e i punti principali fissati da un accordo da 170 paesi aderenti all'Organizzazione Marittima Internazionale delle Nazioni Unite (Imo)».

Per quanto riguarda le infrastrutture a terra, invece, nel Pnrr sono previsti fondi per la realizzazione di opere e infrastrutture per l'elettrificazione delle banchine. Si tratta della strada giusta?
«Non credo che concedere finanziamenti a pioggia sia la strada corretta perché in questo modo, a mio giudizio, non viene fatta una giusta programmazione. La mossa corretta, invece, sarebbe quella di identificare alcuni tra i porti italiani dove conviene puntare sull’elettrificazione delle banchine e di conseguenza poi investire su un numero limitato di scali. Ritengo che da parte di tutto il comparto italiano dello shipping ci sia un grande impegno per raggiungere l’ambizioso obiettivo di emissioni zero ma occorre pianificare bene le risorse, evitando investimenti a pioggia e non sottovalutando costi e tempi necessari per l’adeguamento delle navi alle nuove tecnologie. Per questo, l’armamento guarda alla transizione nel suo insieme e a tutte le possibili soluzioni alternative messe a disposizione dalla tecnologia senza tralasciare l’aspetto dei costi, non solo quelli a carico dell’industria ma anche quelli che ricadrebbero sulla comunità. La sfida non è soltanto tecnologica e può essere vinta a livello di sistema Paese soltanto se si riesce ad avere una visione d’insieme».

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