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Battaglia navale tra armatori europei: affonda la maxi fusione Fredriksen-Euronav

Sembrava amore, invece era una guerra sotterranea. E così la fusione che avrebbe potuto far nascere la più grande compagnia per il trasporto marittimo del petrolio, è saltata. Il danno non è solo per gli azionisti

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Una nave della flotta Euronav

 

Genova – Sembrava amore, invece era una guerra sotterranea. E così la fusione che avrebbe potuto far nascere la più grande compagnia per il trasporto marittimo del petrolio, è saltata. Il danno non è solo per gli azionisti, ma anche per l’Europa che ha visto sfumare la creazione del primo colosso al mondo delle petroliere.

Non solo: ieri il tracollo di Euronav ha preoccupato a lungo i mercati europei. La compagnia belga e Frontline, società norvegese, erano pronte a unire le forze e lo avevano già annunciato a luglio scorso.

Un’operazione da 4,2 miliardi di dollari per una flotta di oltre 130 navi. Ma il sogno della mega compagnia europea è svanito con la lettera di Frontline che annunciava lo stop all’operazione: "Ci rammarichiamo di non essere riusciti a completare la fusione come previsto a luglio: l’operazione avrebbe creato la più grande compagnia di petroliere al mondo quotata in Borsa - ha spiegato la compagnia -. Allo stesso tempo, entrambe le società hanno flotte indipendenti molto grandi di navi cisterna per petrolio greggio e prodotti e stanno già beneficiando di economie di scala”.

Gli stessi concetti erano stati espressi, in modo più formale, nella lettera che annunciava il fermo dell’operazione. Ma i manager di Euronav non devono averli comunque digeriti, perché qualche ora dopo gli ex promessi sposi annunciavano la possibilità “di ricorrere in ogni sede” (un’azione legale?) per quella decisione che però tanto improvvisa non doveva essere.

All’interno della stessa compagnia belga infatti c’erano due partiti. Uno era quello dei manager che, come spiegano gli analisti, sembravano più propensi alla maxi fusione. L’altro invece era quello della famiglia Saverys, la dinastia belga dello shipping che ha speso una montagna di soldi (quasi 190 milioni di dollari) per salire al 25% di Euronav e poter così bloccare "la folle operazione” come l’aveva definita più volte uno dei rampolli della famiglia di armatori. Ecco, questo è il lato meno finanziario della vicenda.

Da un lato i Saverys, anima di Euronav, nota famiglia dello shipping belga fin dalla fine dell’800, oggi armatori della compagnia Cmb guidata dal rampollo Alexander, che in tempi recenti pur di far fallire la fusione avevano deciso di spendere una fortuna e arrivare a una percentuale di azioni che consentisse loro di porre il veto alla fusione.

Dall’altra parte invece John Fredriksen, vecchia volpe dello shipping, nato 78 anni fa a Oslo in Norvegia, ma naturalizzato cipriota, oggi ricchissimo residente di Londra. Ha cominciato la sua avventura in Libano e poi ha accumulato un’incredibile fortuna negli anni Ottanta, trasportando petrolio durante la guerra tra Iran e Iraq quando cioè nessuno voleva assumersi quel rischio.

Oggi Fredriksen (vedovo e con due figlie piuttosto conosciute nel jet set londinese) vale più di 12 miliardi di dollari. Lo stop alla fusione è la conseguenza delle lotta tra queste due famiglie e al limite dell’esasperazione per la contrarietà dei Saverys, Fredriksen ha deciso di prendere in mano la situazione e ritirarsi.

L’armatore norvegese era anche già entrato nell’azionariato della compagnia belga con una quota di minoranza, ma deve aver capito che stava perdendo la battaglia già a dicembre, quando ha cominciato a vendere, mentre la famiglia Saverys continuava a salire.

Quindi adesso ognuno andrà per la sua strada: Fredriksen potenzierà il numero delle petroliere di Frontline, mentre i Saverys vorrebbero puntare di più sull’energia alternativa. Erano troppo diversi per un matrimonio felice.

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