Amico, il cantiere si rinnova per restare leader al mondo

Genova - Un investimento di ventisette milioni di euro che consentirà a Genova di non uscire di scena in un settore, quello dei servizi ai megayacht, sempre più ricco e sempre più concentrato nel Mediterraneo.

di Francesco Ferrari

Genova - Un investimento di ventisette milioni di euro che consentirà a Genova di non uscire di scena in un settore, quello dei servizi ai megayacht, sempre più ricco e sempre più concentrato nel Mediterraneo. Oggi il cantiere navale Amico ha presentato alla città il futuristico shiplift, un’infrastruttura di alaggio, varo e movimentazione a terra di imbarcazioni fino a 95 metri. Certificato fino a una capacità massima di 4.400 tonnellate, lo shiplift consentirà al cantiere di riparare a terra navi da diporto che altrimenti sarebbero da lavorare solo in bacino di carenaggio. Frutto di sedici mesi di lavoro di 84 aziende, quasi tutte italiane, l’opera è una risposta dell’azienda genovese a un settore sempre più competitivo. «Oggi il nostro unico concorrente su questo tipo di infrastruttura si trova a Barcellona – spiega il presidente Alberto Amico – Si tratta del gruppo Mb92 che, oltre ad essere proprietario del cantiere navale e della marina della città catalana, controlla anche il cantiere francese di La Ciotat. Anche nel nostro settore è iniziato il risiko delle concentrazioni, e noi non potevamo restare immobili».

L’immobilismo, d’altronde, non fa parte del dna della famiglia proprietaria del cantiere genovese. «Siamo partiti nel 1991, sfidando un porto dove non era permesso l’accesso agli yacht, se non per andare allo Yacht Club o nel bacino-darsena. Siamo cresciuti a suon di investimenti e professionalità fino a diventare uno dei primi tre player al mondo nel segmento oltre i 24 metri. Quando abbiamo iniziato – ricorda Amico – il mercato dei megayacht aveva numeri molto piccoli, oggi conta 6.000 unità con una concentrazione, a seconda della stagione, tra il 50 e il 70% nel Mediterraneo. All’epoca avevamo il travel lift più grande al mondo, da 400 tonnellate, e operavamo su barche dai 20 ai 40 metri. Oggi andiamo dai 25 ai 140 metri». Importante, per lo sviluppo dell’attività di Amico, è stata l’evoluzione del rapporto con Genova e il mondo portuale. «Il rapporto è stato per anni di diffidenza, poi è diventato di simpatia, ora sta per scoppiare un grande amore – sorride l’imprenditore – In un porto a vocazione esclusivamente commerciale, non è stato facile fare comprendere la grande opportunità che c’era dietro il nostro lavoro. Il nostro è un settore che muove un’economia trasversale e che arricchisce tutti: le agenzie, le professioni, il commercio. Ma è anche un settore capace di saldarsi con attività tipicamente portuali».

Equilibri che, anche se a fatica, alla fine hanno consentito al cantiere di riallacciare un rapporto che sembrava compromesso. «Oggi tutti gli attori della città, penso alle istituzioni, alle associazioni, alla stessa Camera di commercio, iniziano a partecipare al dibattito sulle tematiche della cantieristica e il confronto è senza dubbio più trasparente rispetto a cinque anni fa. Credo che questo processo sia inevitabile, soprattutto quando il mondo corre veloce e la tua città decisamente meno. Dobbiamo dirlo chiaramente: se non vogliamo essere colonizzati dalle multinazionali, dobbiamo trovare le opportunità e il coraggio di investire. Noi, con questa nuova opera, lo abbiamo fatto». E’ una clientela molto esigente, quella del cantiere Amico. E non solo sulla qualità dei servizi industriali («in questo settore devi rappresentare il massimo dell’eccellenza, non si discute»): un ruolo determinante lo ha il territorio. «E da questo punto di vista devo dire che essere a Genova aiuta molto. La nostra è una città di medie dimensioni, percepita come sicura, ricca di cultura e ricchezze ambientali. Siamo vicini a Milano e in meno di tre ore si arriva a Firenze. Per non parlare delle Cinque Terre, o Portofino. Sono tutti fattori che hanno un grande peso nella scelta di un cantiere piuttosto che di un altro. Non dimentichiamo che noi, pur restando a casa, esportiamo il 90% del nostro lavoro: quasi tutti i nostri clienti sono stranieri».

Con cento lavoratori diretti e cinquanta dell’indotto («che raddoppiano, fino a diventare oltre trecento in stagione»), Amico fa parte di un settore in forte crescita per Genova: «Sono centinaia gli yacht che ogni anno scelgono la nostra città, e presto arriveremo alle 900/1.000 presenze contemporanee di membri di equipaggi. E’ la dimostrazione che è stato giusto credere nel nostro lavoro». Che cosa cambierà, per Amico, con il nuovo shiplift? «Aumenteremo l’affidabilità e il livello dei nostri servizi moltiplicandone la capacità, ma soprattutto potremo competere per anni ad armi pari. Ma, da buoni imprenditori di carattere familiare, sappiamo che non basta. Perché tu puoi avere il cantiere migliore del mondo, ma senza le giuste professionalità e la capacità del territorio di essere attrattivo rischi di restare indietro. Il mercato non è sufficiente. Altrove nel mondo c’è una fortissima integrazione fra pubblico e privato, fra comunità locali e cantieri. E’ lì che dobbiamo dimostrare di essere bravi». Fra i prossimi progetti di Amico, il più urgente resta quello sulla darsena: «E’ pronto da due anni, e adesso che gli aspetti giudiziali sembrano superati stiamo aspettando il via libera della Capitaneria alle opere marittime. La prima volta che abbiamo presentato il piano di investimenti a enti locali e Autorità portuale era l’ottobre 2007. Come si vede, non si può certo dire che sia passata la voglia di investire». —

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