Cantieri navali, il Giappone unisce le forze / FOCUS

Il timore è che a calare, dopo l’offerta, possa essere la domanda. Tutto il settore delle costruzioni navali asiatiche è comunque in fermento e il Giappone è intenzionato a sfruttare ogni opportunità per contrastare la concorrenza di Cina e Corea del Sud

di Alberto Ghiara

Genova - La pandemia cominciata a Wuhan alla fine dello scorso anno e le misure di contenimento che sono state messe in atto nei mesi successivi hanno colpito duramente i cantieri navali cinesi. Secondo la società di consulenza Maritime strategies international (Msi), ad esempio, a febbraio scorso l’industria navale di Pechino ha consegnato soltanto una delle 24 rinfusiere programmate per quel mese. Soltanto adesso i lavoratori ricominciano a produrre e la compagnia danese ro-ro Dfds ha confermato che i cantieri cinesi presso cui aveva ordinato nuovi traghetti sono tornati operativi. L’incertezza comunque rimane perché a essere colpita, dopo quella cinese, è stata l’economia dei paesi che si riforniscono in Cina.

Il timore è che a calare, dopo l’offerta, possa essere la domanda. Tutto il settore delle costruzioni navali asiatiche è comunque in fermento e il Giappone è intenzionato a sfruttare ogni opportunità per contrastare la concorrenza di Cina e Corea del Sud. E così il governo di Tokyo ha predisposto un piano chiamato “Zen Nihon zōsen” o, in inglese, “All Japan Shipbuilding”, che prevede l’unione di 15 grandi cantieri navali del paese in un solo soggetto. Si tratta di un’accelerazione in un processo di concentrazione delle forze che aveva già portato lo scorso anno a annunciare un legame più stretto fra i due maggiori cantieri giapponesi, Imabari shipbuilding e Japan marine united (Jmu). Proprio nei giorni scorsi, Imabari e Jmu hanno firmato gli accordi per uno scambio di azioni e per la costituzione di una joint-venture. La joint-venture diventerà operativa il 31 marzo 2021 e riguarderà la costruzione di rinfusiere e petroliere. Imabaru avrà il 51 per cento e Jmu il 49 per cento. Intanto, sempre nell’ottica di ridurre la concorrenza interna e fare fronte comune contro le industrie dei dirimpettai asiatici, un’altra azienda giapponese, Mitsubishi heavy industries, ha annunciato che ridurrà significativamente la propria attività di costruzione navale.

Mitsubishi era stata protagonista, fra 2014 e 2016, di uno dei maggiori flop della storia della cantieristica: gli errori di costruzione di due navi da crociera per la compagnia tedesca Aida avevano portato a forti ritardi nelle consegne e alla perdita per il cantiere di oltre un miliardo di euro. Il progetto “All Japan shipbuilding” è promosso dal ministero giapponese del Territorio, Infrastrutture, Trasporti e Turismo. La concertazione con le aziende coinvolte è già cominciata. Nel 2016 il governo giapponese aveva già compiuto un’operazione simile, mettendo insieme le flotte portacontainer delle tre maggiori compagnie marittime nazionali, Mol, Nyk e K-Line, sotto il marchio One (Ocean network express). Sul fronte cantieristico, nel 2019 la Cina ha creato il gigante China shipbuilding group mettendo insieme le due società principali del settore, Cssc e Csic. A sua volta, la Corea del Sud ha avviato la fusione di Hyundai heavy industries e Daewoo shipbuilding and marine engineering. Il Giappone si è opposto a quest’ultima fusione in sede Wto.

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