Bozzo Costa, comandante del megayacht El Leon: “Il mio lockdown tra palestra, pesca e lezioni di cucina”

“Ci siamo ritrovati in una baia di un’isola minuscola in mezzo all’Oceano Pacifico con l’armatore a bordo e la difficoltà di ricevere approvvigionamenti da Tahiti. E la popolazione locale, impaurita, era contraria al nostro sbarco”

Paolo Bozzo Costa

di Angelo Marletta

Genova – Settembre 2018, la suggestiva cornice di Port Hercules a Montecarlo, ospita l’annuale edizione del Monaco Yacht Show, la vetrina internazionale dei grandi yacht. Tra questi c’è El Leon, un 54 metri in alluminio consegnato qualche mese prima dal cantiere toscano Overmarine all’armatore.

Al comando c’è Paolo Bozzo Costa, genovese di 48 anni, che dopo aver seguito la costruzione dello yacht appartenente alla serie Mangusta Gran Sport 54 Mt per circa tre anni (dal primo progetto e la firma del contratto fino al varo ndr) si appresta a programmare la stagione crocieristica (leggi TTM Yachting 4/2018 pp. XII-XII). In altre parole, era finalmente arrivato il momento di iniziare a solcare i mari dopo una prima fase di rodaggio estivo.

Lo yacht El Leon

Oggi, a quasi tre anni di distanza da quell’incontro, con la pandemia in fase calante, abbiamo rintracciato El Leon e il suo Comandante nelle acque del sud est asiatico nell’area di Banda sea (Indonesia). Quale migliore occasione, allora, per una chiacchierata “intercontinentale” con Paolo Bozzo Costa per capire come è stata vissuta la stagione del Covid-19 al comando di un superyacht.

Comandante, dove eravamo rimasti?
“All’estate 2018 passata in Mediterraneo a provare la barca, cercando di conoscerla nei dettagli e prepararci al meglio per il giro del mondo che termineremo nel 2022”.

Quando siete partiti?
“Abbiamo iniziato la traversata dell’Atlantico nel novembre 2018. Natale ai Caraibi e poi, una volta attraversato il Canale di Panama, nel gennaio 2019 abbiamo fatto rotta verso le Galapagos dove abbiamo effettuato un itinerario di due settimane rientrando successivamente in Costa Rica. Dopodichè siamo saliti a inizio estate in British Columbia dove abbiamo iniziato la crociera estiva, circa 1500 miglia partendo da Seattle fino a Juneau in Alaska. In questa area del Pacifico, proprio di fronte all’Alaska la navigazione è particolarmente impegnativa perché spesso nascono tempeste e la swell si propaga fino a basse latitudini. Tornando indietro abbiamo fatto scalo a Los Angeles e San Francisco. A Ottobre 2019 siamo ripartiti alla volta del Messico per la crociera autunnale in Baja California a Cabo San Lucas da dove, a febbraio 2020, dopo l’arrivo delle provviste e aver fatto rifornimento di carburante, siamo ripartiti attraversando il Pacifico fino alle Isole Marchesi nella Polinesia francese che abbiamo raggiunto dopo 12 giorni di navigazione”.

Nel frattempo è scoppiata la pandemia?

“A bordo, tramite l’antenna satellitare, abbiamo sempre accesso a internet, e durante la navigazione abbiamo appreso quanto stava succedendo nel mondo con il dilagare del Covid 19. Tra le altre cose il programma prevedeva che l’armatore, un imprenditore europeo, ci avrebbe raggiunto alle Isole Marchesi per poi iniziare l’itinerario che avevo predisposto. Una volta arrivato l’armatore, il giorno prima che in Europa chiudessero le frontiere, abbiamo iniziato la crociera ma, dopo alcuni giorni anche la French Polinesia è entrata in lockdown, il nostro agente ci comunica che la navigazione privata tra le isole è sospesa e le autorità locali ci chiedono di gettare l’ancora nella rada di Noku Hiva”.

Quindi una situazione imprevista?
“Siamo all’ancora in una baia di un’isola minuscola in mezzo all’Oceano Pacifico con l’armatore a bordo e la difficoltà di ricevere approvvigionamenti da Tahiti in quanto alle Isole Marchesi arriva una nave con le provviste ogni 21 giorni”.

Come vi siete organizzati?
“Non è stato facile perché abbiamo dovuto passare 45 giorni fermi all’ancora. Le autorità non ci consentivano di andare a terra e comunque la popolazione locale, impaurita da quanto apprendeva dai notiziari, era contraria allo sbarco di stranieri nell’isola. Per cercare di trascorrere al meglio questo periodo abbiamo organizzato durante le nostre ore libere dalle guardie, alcune attività per tenere su il morale dell’equipaggio: palestra, pesca e lezioni di cucina”.

Con quale stato d’animo avete affrontato questo periodo di sosta forzata?
“Da una parte ci sentivamo al sicuro dal pericolo rappresentato dalla pandemia che stava investendo il mondo, dall’altra parte avendo le famiglie a casa, la paura per la loro incolumità sanitaria era tanta, sicuramente ingigantita dalla enorme lontananza che ci separava da casa. Poi, dopo tre settimane di lockdown, essendo la French Polinesia a zero contagi da Covid, le autorità finalmente ci hanno permesso di iniziare il viaggio programmato”.

Per l’equipaggio è stato come ritornare alla vita normale?
“Sicuramente, anche se è stata un’esperienza surreale arrivare, per esempio, in un’isola rinomata come Bora Bora e trovarla senza turisti o imbarcazioni attorno a noi”.

Le incognite nel vostro lavoro sono all’ordine del giorno, cosa le ha lasciato in particolare questa specifica esperienza?
“Il periodo passato nella Polinesia francese durante il blocco della navigazione a causa del Covid rimarrà per me un ricordo indelebile per i problemi affrontati ma, tuttavia voglio essere ottimista e sottolineare gli aspetti positivi in quanto sono riuscito a tenere in sicurezza El Leon e i 10 membri d’equipaggio. Soprattutto, a non far mancare nulla all’armatore nonostante le difficoltà incontrate nella logistica e nella gestione complessiva della nave”.
Una volta lasciata la Polinesia francese dove vi siete diretti e quali programmi avete?
“Abbiamo completato la traversata del Pacifico, fermandoci alle isole Fiji per poi fare rotta verso l’Australia, a Brisbane Gold Coast. Dalla fine dello scorso anno, infine, stazioniamo in Asia dove rimarremo per tutto il 2021 prima di rientrare in Mediterraneo nei primi mesi del prossimo anno e concludere il nostro giro del mondo”.

Appuntamento al prossimo anno per il resoconto finale?
“Certamente, magari all’ombra della Lanterna di Genova”.

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