Centro fiduciario Carige, ex manager assolti

Genova - Carige, atto secondo: il processo sullo scandalo della banca perde un pezzo. Ieri i giudici hanno ritenuto non colpevoli i funzionari della banca accusati di aver riciclato 13 milioni di euro appartenenti secondo l’accusa a Giovanni Berneschi

di Marco Grasso

Genova - Carige, atto secondo: il processo sullo scandalo della banca perde un pezzo. Ieri i giudici hanno ritenuto non colpevoli i funzionari della banca accusati di aver riciclato 13 milioni di euro appartenenti secondo l’accusa a Giovanni Berneschi, e rimpatriati con uno scudo fiscale illegale nella cassaforte del Centro Fiduciario Carige: assolta Umberta Rotondo, moglie di Berneschi e presunta prestanome; assolti perché il fatto non sussiste, con la vecchia formula dell’insufficienza di prove, l’ex direttore Antonio Cipollina, il suo vice Gian Marco Grosso e il procuratore speciale Marcello Senarega.

Prescritte le accuse di evasione fiscale nei confronti dello stesso Berneschi, che fuori dall’aula si sfoga: «Non auguro a nessuno di passare quattro anni simili. La banca è distrutta. Ora ci divertiamo e andremo a vedere di chi è la colpa». L’unica condanna di questa vicenda, alla fine, è quella di Roberta Amisano, nuora di Berneschi (anche lei sospettata di essersi prestata come testa di legno), che aveva patteggiato due anni.


I SOLDI PORTATI IN SVIZZERA

Per inquadrare il pronunciamento, bisogna fare un passo indietro, e ritornare al processo “madre”: durante gli anni del potere di Berneschi, secondo i giudici (di un altro collegio), la banca era in balia di un’associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al riciclaggio. Fatti per cui il tribunale in primo grado ha condannato gli imputati, ora in attesa della sentenza d’appello. Berneschi e il suo braccio destro Ferdinando Menconi, per l’accusa, si sono arricchiti grazie a compravendite-truffa e hanno trasferito i proventi su conti offshore, e ne fecero perdere le tracce.

È a questo punto che la vicenda interseca i destini del Centro fiduciario, una specie di cassaforte dove il gruppo custodiva in modo discreto, e secondo la Procura talvolta anche illegale, i patrimoni di alcuni clienti facoltosi. Quando Berneschi vuole riportare in Italia parte delle ricchezze detenute in Svizzera, gli contesta la Guardia di Finanza, utilizza un doppio paravento: i parenti, i beni sono intestati alla moglie e alla nuora, e la fiduciaria Carige, nella cui pancia finiscono i fondi. Le cronache drammatiche di quei giorni, raccontano di una vicenda giudiziaria che degenera in dramma familiare, con Alberto Berneschi, figlio di Giovanni, che accusa il padre di aver messo nei guai la moglie Umbera Amisano: «È un pazzo, è tutta la vita che ruba. Tu hai fatto un’ingenuità - si sfogaAlberto Berneschi, figlio di Giovanni, in un dialogo intercettato con la moglie - e io non sono stato abbastanza intelligente». «Lui è la distruzione totale - replica lei - Ha messo di mezzo mezzo me».

Il senso della decisione di ieri, è che molto probabilmente, per i giudici non ci sono prove sufficienti per dimostrare il rientro illegale in Italia dei capitali. In questo caso il reato presupposto alla base del riciclaggio sarebbe l’evasione fiscale. Su questo punto che si è svolta una dura battaglia in dibattimento: per i difensori non ci evidenze del fatto che quel denaro, proveniente pacificamente da Berneschi, fosse provento di evasione fiscale, al contrario, erano vecchi risparmi; un illecito che in ogni caso si è prescritto.


«LA MOGLIE AGÌ SENZA DOLO»

A chiedere l’assoluzione della moglie Umberta Rotondo era stato lo stesso pubblico ministero, Marcello Maresca: «Ha agito senza dolo, su disposizione di altri e senza alcun ruolo operativo». E sul ruolo dei familiari è stata giocata l’altra grande partita: per la difesa, i trasferimenti di denaro da Berneschi alla moglie e alla nuora erano vere donazioni, non denaro che doveva rientrare nella sua disponibilità; quantomeno di questo particolare non sono state prodotte prove sufficienti. L’assoluzione di lady Berneschi mette a nudo a questo punto una contraddizione: la nuora Francesca Amisano, l’unica ad aver patteggiato una condanna a due anni, è anche la sola a essere condannata. Rimangono le posizioni dei dirigenti del Centro fiduciario, descritto dagli inquirenti come «un crocevia strategico perla gestione di pratiche finanziarie», alcune delle quali sono diventate inchieste che hanno preso vie autonome. Per capire le ragioni di questa sentenza - pronunciata dai giudici Silvia Carpanini, Riccardo Crucioli e Clara Guerello - bisognerà attendere le motivazioni. Dalla formula usata (la vecchia insufficienza di prove), si può evincere che la loro responsabilità non è stata dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio.

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