Il presidente della Regione Liguria: "I fondi del Recovery Plan? Investiamo in produttività"

Giovanni Toti: "Non dimentichiamo che sono soldi a debito Rischiamo di trovarci con un Paese più moderno, ma in difficoltà a pagare il suo sviluppo"

Giovanni Toti con il direttore del Secolo XIX, Luca Ubaldeschi

di Alberto Quarati

Genova - Sul fonte delle grandi opere e del Pnrr l’invito del governatore ligure Giovanni Toti è al realismo, perché pur tenendo conto della mole imponente di soldi pubblici che andrà a finanziare storiche incompiute e nuovi progetti a Genova e lungo le due Riviere, la scommessa per il territorio sta nell’investire sulla produttività. «Tutti sanno - precisa Toti, rispondendo alle domande del direttore del Secolo XIX, Luca Ubaldeschi - che nessuna opera pensata oggi si potrà concludere nel 2025: per la nostra regione, il Pnrr pagherà opere in corso di realizzazione liberando risorse per progetti che faremo dopo quella data. È quel meccanismo che nella pubblica amministrazione si chiama lavatrice, cioè quando si utilizzano dei soldi che anticipano poste di bilancio con scadenza. Per questo ciò che viene definito Pnrr, nei fatti è Pnrr solo in parte», anche perché oltre al Recovery Plan, le fonti di finanziamento arrivano anche dal Fondo complementare, senza dimenticare che in Europa siamo all’alba di una nuova programmazione di fondi europei.

L’esempio più evidente della lavatrice, spiega il governatore ligure, è quello del Terzo valico: l’opera è sì finanziata con il piano governativo, ma nei fatti sostituisce fondi che esistevano già. Con soldi più o meno freschi, molte grandi opere sono in partenza: la Diga che plausibilmente sarà cantierata per il 2023 (il governatore dal suo punto di vista fa capire di mettere in conto eventuali ricorsi al Tar) o i lavori per il Ribaltamento a mare della Fincantieri di Sestri che già oggi sono avviati. L’elenco delle opere su cui si sono riversati i soldi pubblici non finisce più: «Terzo Valico, passante, Pontremolese, le nuove dighe, il raddoppio della stazione marittima, l’elettrificazione delle banchine, i raddoppi sull’Aurelia a Levante e Ponente, il raddoppio della ferrovia tra Finale e Andora, l’accelerazione tecnologica sulle linee con Genova e Milano, il polo degli Erzelli...».

Ma la sensazione diffusa al Forum di martedì era che il fiume di denaro del Pnrr sia difficilmente incanalabile in un’adeguata programmazione, e che i pezzi del Piano fatichino a essere messi assieme. Illuminante da questo punto di vista l’esempio portato da Lucia Tringali, direttore Programmazione dell’Autorità di sistema portuale di Genova, sul tema dell’elettrificazione delle banchine: ci sono i soldi, manca il piano regolatorio e tariffario. Premesso che la programmazione è in capo al governo, quello che può fare il territorio - spiega Toti è «mettere in fila gli investimenti secondo coerenza. Questo significa che non dobbiamo dimenticare che stiamo usando soldi a debito: non possiamo semplicemente investire sull’import-export, è necessario trovare il modo per aumentare la produttività, investendo sulle risorse, sulla competitività delle persone, con programmi come il Gol (Garanzia occupabilità lavoratori, ndr) finanziato anch’esso dal Pnrr. Altrimenti avremo un Paese più moderno, ma con più debiti e più in difficoltà nel pagare lo sviluppo».

Ciò a maggior ragione se si pensa che «i soldi spesi sul sistema della logistica della Liguria non sono spesi solo per questa regione ma per la competitività del sistema» dice Toti commentando le parole del presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che proprio lunedì a Genova aveva parlato della centralità dello sviluppo del porto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA