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Riforma dei porti, primo passo verso le Authority Spa

Cresce il fronte dei presidenti che vogliono cambiare assetto: «Facciamo in fretta, prima che l’Europa imponga un modello»

Simone Gallotti
2 minuti di lettura
Un momento del Forum 

Genova - Il quadro si definisce. Un po’ perché il tempo sta per scadere e a marzo la Commissione Europea potrebbe decretare la fine delle Autorità portuali italiane nate dalla riforma del 1994. E per un altro motivo: i presidenti degli scali stanno ormai convergendo su un modello. Così la posa della prima pietra per la prossima riforma del settore è avvenuta durante il dibattito, moderato da Gian Enzo Duci, professore dell’Università di Genova, nel corso dell’ottavo forum dello shipping organizzato dal Secolo XIX e dal MediTelegraph.

Rodolfo Giampieri, presidente di Assoporti, annuncia di aver compiuto il primo passo: «La situazione è molto delicata. Come noto tutte le Authority portuali hanno fatto ricorso e manca poco alla fase dibattimentale - spiega il presidente ricordando la vicenda che ha portato alla sentenza dell’Europa - La contestazione di Bruxelles mette in discussione la portualità italiana: non possiamo subire un diktat dell’Europa, ma deve scendere in campo la politica perché l’interesse nazionale e quello relativo alla competitività del sistema portuale italiano devono essere superiori».

Fatta la premessa, arriva il primo passo: «È innegabile che il nostro modello vada migliorato e cambiato, anche riscoprendo lo spirito della legge del ’94. Nella legge era prevista un’autonomia finanziaria e amministrativa molto superiore, in grado di dare al mercato le risposte che merita. Quella riforma è stata mortificata da leggi e decreti successivi che hanno impastoiato la necessaria flessibilità». Ecco perché Assoporti ha fatto nascere una commissione interna, per discutere quale assetto presentare in vista del cambiamento che sarà imposto.

Ed è lì che i porti italiani dovranno trovare tra loro una mediazione da proporre per evitare di subire e basta: «Da presidente del porto di Civitavecchia ho ricevuto sei avvisi di garanzia, a Palermo non ancora ma me lo aspetto. Questo per dire quanto sia devastante l'eccesso di burocrazia nel nostro Paese e in particolare nel nostro settore - ha detto Pasqualino Monti, l’uomo che sta trasformando il porto di Palermo - La riforma delle Autorità portuali è un'emergenza, è qualcosa che ci impone il mercato. All'estero i buoni esempi da seguire sono tantissimi: penso alla fondazione creata a Valencia o al porto di Barcellona, che partecipa attivamente alla gestione dei terminal come farebbe un'entità privata. In Italia siamo rimasti impantanati in una situazione non più al passo con i tempi. Da un lato abbiamo un governo che cerca di semplificare, dall'altra una burocrazia che disincentiva ed espone a pericoli anche di natura giudiziaria, come è capitato a me e a tanti altri».

E la trasformazione radicale trova d’accordo anche Fulvio Lino Di Blasio, presidente di Venezia e Chioggia: «È necessario un grande cambiamento. Dobbiamo aprire una seria riflessione sulla natura giuridica: per me la Spa pubblica ibrida, con alcune specificità forse potrebbe essere l’opzione migliore». Ed è su questa linea che si muove anche Paolo Signorini che vorrebbe «una Società per azioni, con modello corporate, strutturata dunque come società di capitali, con una manovrabilità migliore e mantenendole a controllo pubblico». Mario Sommariva, alla guida dei porti della Spezia e Carrara ha dubbi concreti sulla Spa e vedrebbe meglio un altro modello: «La mia idea è sviluppare il concetto dell’ordinamento speciale e ciò potrebbe, senza mutare la natura delle Authority, consentire così una maggiore libertà di azione».

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