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Tragedia della Costa Concordia, il sopravvissuto: "Schettino non è un mostro, errori anche di altri"

"Per due o tre anni ho provato una grande rabbia verso Schettino. Ma ora, leggendo anche le parole della figlia, provo un po' di dispiacere anche per il comandante. L'intera colpa non può ricadere su di lui, c'era anche l'equipaggio che doveva gestire le cose".

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Un'immagine scattata da un passeggero sulla "Costa Concordia" la sera del 13 gennaio 2012 (foto d'archivio) 

Genova - "Per due o tre anni ho provato una grande rabbia verso Schettino. Ma ora, leggendo anche le parole della figlia, provo un po' di dispiacere anche per il comandante. L'intera colpa non può ricadere su di lui, c'era anche l'equipaggio che doveva gestire le cose". A dieci anni di distanza dal naufragio della Costa Concordia, la compassione ha preso il sopravvento sul rancore nelle parole di Umberto Trotti, ristoratore quarantaquattrenne di Ferentillo, tra i sopravvissuti alla tragedia. "Di errori - dice - ne ha fatti come altri, servirebbe meno accanimento. Il vero dolore è quello delle famiglie delle vittime, ma sono vicino anche a quella del comandante, perché non penso sia un mostro come è stato definito da tante persone".

Trotti la notte del 13 gennaio 2012 era sulla nave in viaggio di nozze con la moglie Fjorda, oggi trentatreenne, e i due figli Valentina e Carlo, che allora avevano rispettivamente due anni e sei mesi. "Ogni anno per noi è sempre il primo - spiega -, dimenticare quei momenti è impossibile anche se il dolore diventa più 'morbido'. Ora prendono il sopravvento le cose belle, come i legami con chi ci ha salvato e soccorso".

De Falco: "Se fosse tornato a bordo sarebbe diventato un eroe"

La notte del 13 gennaio 2012 le loro vite cambiarono irrimediabilmente. Da una parte Francesco Schettino, il comandante della nave da crociera Costa Concordia condannato a 16 anni di reclusione per il naufragio che costò la vita a 32 persone; dall'altra Gregorio De Falco, il capitano di fregata che, in una telefonata divenuta celebre, intimò a Schettino di tornare a bordo della nave e che oggi è un membro del Senato della Repubblica. A distanza di dieci anni da quei tragici fatti, De Falco afferma che la possibilità di un incontro con Schettino, attualmente detenuto nel carcere romano di Rebibbia, non desta in lui alcuna curiosità. "Incontrare Schettino in carcere? E perché dovrei? Non avrei niente da dirgli. Quello che dovevo dirgli, gliel'ho detto la sera del naufragio. E poi l'ho ripetuto in Tribunale", spiega il parlamentare del Gruppo Misto, eletto nel 2018 con il Movimento 5 Stelle.

"Recarmi a Rebibbia, per vedere Schettino, sarebbe una commistione tra le mie prerogative di parlamentare e altre questioni, che a quel punto diventerebbero personali. Invece questa è una vicenda che di personale non ha nulla". "Quella notte - prosegue De Falco - non si sono incontrate due persone. Ma il comandante della nave e colui che coordinava i soccorsi dalla Capitaneria di porto di Livorno. Le funzioni si sono incontrate, non le persone. Ovviamente non si è sviluppato un rapporto di tipo personale ma funzionale. In questo rapporto il comandante della nave è venuto meno ai doveri del suo ruolo". Il suo "torni a bordo c..." l'ha reso famoso. "Quel mio 'torni a bordo' fu una sorta di preghiera laica. Se Schettino mi avesse ascoltato, se fosse risalito sulla Concordia così come gli avevo detto di fare - sottolinea l'ex esponente del M5S - lui oggi sarebbe un eroe. O comunque sarebbe ricordato come uno che ha fatto di tutto per salvare vite umane. Ma così non è stato, purtroppo".

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