Porti, «i big gestiscano la transizione verso l’hi-tech»

Genova - A Luigi Cianci brillano gli occhi quando racconta del giorno in cui la fantasia dell’uomo ebbe la meglio sull’intelligenza artificiale

Genova - A Luigi Cianci brillano gli occhi quando racconta del giorno in cui la fantasia dell’uomo ebbe la meglio sull’intelligenza artificiale: «Nel gennaio 2008 l’allora terminal Vte aveva cambiato sistema operativo, il nuovo sistema andò in panne. Si crearono code di chilometri all’ingresso del terminal, lungo le autostrade. Decidemmo di fare come una volta. Con carta e penna, cominciammo a far entrare i camion e a registrare a mano l’ingresso dei container». Cianci è entrato alla Culmv ragazzo e in trent’anni ha visto il mondo cambiare. «Ieri era un monopolio pubblico, oggi ci sono i terminalisti, ognuno con le sue regole. Per lavorare, ogni giorno si andava alla Sala chiamata, e non era detto che il lavoro ci fosse. Oggi ti avvisano con un messaggio su Whatsapp, anche solo un’ora e mezza prima. Ci vuole molta più flessibilità». La tecnologia «ha fatto crescere il porto». Il fattore umano, però, spiega il camallo, «è insostituibile nel gestire l’imprevisto».

A poche grande aziende internazionali, che come i terminalisti, investono in tecnologia e formazione, fa da contraltare nel settore dei trasporti una costellazione di micro-imprese. «Lì la qualità si abbassa», conferma il segretario generale della Filt-Cgil lombarda, Luca Stanzione. «La politica dovrebbe favorire le aggregazioni di queste micro-imprese. Le aziende, più grandi e forti, sarebbero in grado di anticipare il cambiamento, di creare le nuove professionalità necessarie. Nel Paese ideale si dovrebbe fare così. Nel nostro, si fa all’italiana. Cioè, ci si lascia travolgere dagli eventi e poi si fa fronte all’emergenza».

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