Il 2020 in salita dei porti italiani: a rischio anche le piccole opere / IL CASO

I porti italiani finiscono sotto il fuoco amico dello stesso ministero cui appartengono, quello delle Infrastrutture, cui Assoporti ha chiesto un chiarimento urgente dopo che "un provveditorato alle Opere pubbliche ha sospeso ogni provvedimento autorizzativo di opere minori nei porti"

La ministra dei Trasporti Paola De Micheli

di Alberto Quarati

Genova - Dopo i tagli lineari previsti dalla legge di Bilancio, i porti italiani finiscono sotto il fuoco amico dello stesso ministero cui appartengono, quello delle Infrastrutture, cui Assoporti ha chiesto un chiarimento urgente dopo che «un provveditorato alle Opere pubbliche ha sospeso ogni provvedimento autorizzativo di opere minori nei porti, richiedendo per tutti gli interventi l’applicazione della procedura ordinaria di variante al Piano regolatore portuale». Il provveditorato in questione sarebbe quello della Puglia, mentre l’opera minore è l’Infopoint dedicato ai crocieristi che arrivano nel porto di Brindisi. Il timore espresso dall’associazione dei porti italiani, che nella nota non fa riferimento al caso specifico, è che altri provveditorati seguano l’esempio pugliese. Questo però significherebbe «un blocco generalizzato della realizzazione delle opere minori», cioè quelle - piccoli dragaggi, asfaltatura delle strade ecc... - che fanno marciare giorno dopo giorno gli scali italiani in attesa che si spostino dighe foranee e si costruiscano mega terminal in mezzo al mare.

Stando alla riforma dei porti (e al suo Correttivo, entrato in vigore l’anno seguente), un’Authority deve approvare un “piano di sistema portuale”, che contenga in sé i piani regolatori dei singoli porti che costituiscono appunto il “sistema” di cui sopra (per esempio Genova e Savona, Bari e Brindisi ecc...), accompagnati da un “documento di pianificazione strategica”. Il piano a sua volta dovrebbe essere coerente al “Piano strategico della portualità e della logistica” e al “Piano generale dei trasporti e della logistica” realizzati dal governo. Il piano di sistema deve essere approvato previo ok dei Comuni interessati, con l’approvazione della Regione d’intesa con il ministero, sentita la Conferenza nazionale di coordinamento delle Adsp (organismo noto quasi unicamente per l’estrema saltuarietà delle sue sedute), sempre che il ministero non debba convocare una Conferenza dei servizi per dirimere eventuali controversie tra enti. Il piano regolatore del singolo porto, che fa parte del più ampio piano di sistema, a sua volta è adottato dal Comitato di gestione dello scalo, previa intesa con i Comuni interessati, inviato successivamente per il parere di competenza al Consiglio superiore dei lavori pubblici, approvato dalla Regione interessata entro 40 giorni dalla conclusione della procedura di valutazione di impatto ambientale, sempre non sia necessaria una conferenza dei servizi. Approvati i piani, si possono fare se necessario le varianti ordinarie.

A quattro anni dalla riforma, nessun porto è ancora riuscito ad approvare il suo piano di sistema, lo scalo più avanzato è La Spezia-Carrara, comunque ancora lontano dalla fine dell’iter. La procedura per la variante è la stessa prevista per l’approvazione del piano regolatore. Dal 2016, per intervenire sui piani regolatori in vigore in base alla vecchia legge del 1994, le Adsp hanno adottato strumenti alternativi, messi tra l’altro a disposizione proprio dal Correttivo porti, come le varianti localizzate e gli adeguamenti tecnico-funzionali, che richiedono mesi per l’approvazione definitiva, ma almeno non gli anni necessari per una variante ordinaria, che sin qui era riservata alle grandi opere. «Si tratta di uno dei tanti iter - commenta Daniele Rossi, presidente di Assoporti - ai quali serve una revisione, come abbiamo più volte fatto presente al Consiglio dei lavori pubblici. Ci siamo riuniti tante volte al ministero per predisporre ipotesi che ancora non vedono la luce. Ora più che mai abbiamo bisogno di una norma chiara, che dia la possibilità a chi gestisce i porti per conto dello Stato di realizzare le opere necessarie per la loro operatività». —

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