Coronavirus e dazi commerciali mettono il freno al business dell'ortofrutta

Le apprensioni sulla Cina sono comprensibili: il coronavirus ha bloccato - almeno momentaneamente - un lento processo di apertura ai mercati, spinto dalla crescente domanda interna

La fiera Fruit Logistica

di Alberto Quarati, inviato

Berlino - Le stime presentate al Fruit Logistica di Berlino, la più importante fiera globale del settore, analizzano - ancora su proiezioni - l'anno che si è appena concluso, mentre per il 2020 sono aperti gli interrogativi derivanti dall'emergenza coronavirus in Cina, maggior importatore di frutta al mondo. A livello internazionale, spiega l'esperto Jan Kees Boon, la frutta si muove meno di quello che ci si immagina: dei circa 65 milioni di prodotto commerciato nel mondo, circa il 60% è costituito da scambi infraregionali: è il caso dell'Europa, dove la quota raggiunge l'85%. L'opposto di ciò che accade nell'emisfero Sud, dove l'America Latina esporta l'85% della propria frutta (un terzo in Europa e un terzo in Nord America in primis). In Africa l'export è del 90%, di cui il 40% verso l'Europa. Tutto calcolato al netto della banana, frutto internazionale per eccellenza, che da sola muove il 30% di traffico globale, 10 miliardi di dollari secondo la stima del World Banana Forum, presente al Fruit Logistica. Le apprensioni sulla Cina sono comprensibili: il coronavirus ha bloccato - almeno momentaneamente - un lento processo di apertura ai mercati, spinto dalla crescente domanda interna. E la Cina rappresenta per ogni area geografica una potenziale valvola di sfogo.

«Che ci sia un problema di sovraproduzione è noto - dice Alfonso Clerici, alla guida di ClericiMartico, uno dei maggiori spedizionieri del settore -. Questo è vero per la Spagna, altrettanto per l'Italia». Proprio per questo, le associazioni di categoria in Italia lanciano l'allarme: l'emergenza coronavirus (imponente al Fruit Logistica la defezione dei cinesi, 100 stand disertati anche a seguito dell'adesione della kermesse alle regole dell'Oms, le stesse degli aeroporti) si somma alle difficoltà sin qui frapposte da Pechino all'ingresso della frutta straniera nel Paese, oltre ai problemi già masticati dagli operatori italiani negli anni scorsi, e che stanno impattando sull'export italiano, secondo in Europa ma in costante calo: le inquietudini sulla Brexit, l'embargo russo, il rallentamento economico della Germania (primo cliente dell'Italia), l'invasione di nuove specie infestanti come la cimice asiatica. «Dopo il balzo storico dello scorso anno (+25%)» di traffico verso la Cina, negli ultimi mesi si è registrata «una brusca frenata» dice Ettore Prandini, presidente della Coldiretti. I vincoli ai trasporti per cercare di contenere il contagio si stanno riflettendo anche sulla logistica delle merci. Una minaccia soprattutto – spiegano dalla Coldiretti – per le esportazioni di kiwi e agrumi Made in Italy dopo l’apertura lo scorso anno per la prima volta delle frontiere cinesi. Al momento, per quanto riguarda la frutta fresca, l’Italia può infatti esportare in Cina solo kiwi e agrumi mentre sono ancora bloccate le pere, oggetto di uno specifico negoziato, solo al termine del quale si inizierà a discutere di mele (Pechino affronta un solo dossier alla volta).

Ma buoni motivi per allentare le barriere nella catena del fresco, dicono a mezza voce tra gli stand portuali di Fruit Logistica, la Cina ne avrebbe: coronavirus, ma anche influenza suina e aviaria hanno ridotto notevolmente le risorse alimentari interne. In tempi di malattie, dice Luca De Michelis, presidente di Confagricoltura Liguria, «vincoli e i controlli imposti dalle ferree norme della Ue nella produzione si trasformano in opportunità, garantendo in pieno i consumatori». Attualmente, spiega Hans-Chrkstoph Behr, direttore Orticoltura e ricerca di Ami Agrimark, che ha realizzato l'annuario sulla produzione europea presentato a Fruit Logistica, il 2019 ha avuto un raccolto inferiore (43 milioni di tonnellate) rispetto al boom del 2018 (47 milioni). Con 10,6 milioni di tonnellate, le mele hanno avuto la stagione peggiore da 20 anni a questa parte, e anche il kiwi, prodotto di eccellenza italiano, è sceso del 3%. L'Italia è il secondo produttore europeo, a 10,8 milioni di tonnellate, in leggera crescita e sotto la Spagna (13,2 tonnellate). Ma l'export rimane ancora poco performante: il nostro Paese rimane terzo in Europa, con 2,3 milioni di tonnellate, ancora in calo rispetto agli anni precedenti. Prima la Spagna (7,8), secondi i Paesi Bassi (3,8) per effetto delle ri-esportazioni di frutta da altri continenti operate dal solo porto di Rotterdam.

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