«Giusto azzerare i canoni a chi ha perso tutti i traffici» / INTERVISTA

Genova - "Il coronavirus ha provocato l’accelerazione di un’evidenza: lo Stato non funziona. C’è una distanza siderale fra le dichiarazioni delle istituzioni e quanto poi effettivamente viene fatto"

di Francesco Ferrari

Genova - «Il coronavirus ha provocato l’accelerazione di un’evidenza: lo Stato non funziona. C’è una distanza siderale fra le dichiarazioni delle istituzioni e quanto poi effettivamente viene fatto. La confusione tra cittadini e imprese, che non sanno cosa si può o si deve fare, sta diventando insopportabile. È un momento pericoloso per la tenuta sociale del Paese». Luca Becce, presidente di Assiterminal, l’associazione dei terminalisti portuali italiani, parte da un dato di cronaca per lanciare un allarme che vuole essere anche un appello alla politica: «Avere annunciato 200 miliardi di liquidità per le imprese e, due mesi dopo, non essere in condizione di rendere operativa quella dichiarazione è una cosa che sconcerta. Affermare che le aziende possono accedere a un anticipo di liquidità pari al doppio di quanto speso l’anno precedente per pagare i dipendenti e non avere, oggi, nulla che certifichi come si possa fare, è una cosa che genera rabbia. E genera stupore, per non dire altro, sapere che ogni caso di contagio, anche fuori dall’orario di lavoro, sarà classificato come infortunio sul lavoro. Credo che serva un patto nazionale che raccolga tutte le forze politiche e sociali, un grande patto che rimetta in moto lo Stato, che lo faccia funzionare».

Assiterminal ha presentato un programma di cinque punti per arginare gli effetti della crisi. Uno di questi è l’estensione dell’articolo 17 comma 15 bis della legge portuale a tutti i lavoratori. In pratica, si tratta di destinare una quota delle tasse sulla merce al mondo del lavoro.
«Noi crediamo che la riforma della legge 84, grazie a quel comma, abbia creato una discriminazione fra lavoratori con identiche mansioni. Non si capisce perché quel sostegno sia destinato a una sola categoria e non a chi rientra negli articoli 16 e 18. L’emergenza Covid è l’occasione giusta per sanare questo doppio binario».


I soldi ci sono?
«Ci sono per tutti. Il gettito potenziale è largamente eccedente le esigenze».

Una delle proposte riguarda l’azzeramento, e non la semplice riduzione, del canone per quei concessionari i cui traffici sono azzerati. Non crede che sia una richiesta eccessiva?
«No, per un semplice motivo: se non lavoro, non posso pagare. Il canone si basa sul concetto che io, operatore, grazie alla concessione e ai miei investimenti possa generare un profitto. Se la situazione mondiale non me lo permette, come può lo Stato chiedermi di pagare un canone? Nel settore passeggeri, per fare un esempio concreto, la situazione è chiara nella sua drammaticità: senza una cura, o un vaccino, le crociere non ripartiranno. La crisi di questo settore è più profonda rispetto ad altri, negarlo vorrebbe dire prenderci in giro. Per quanto riguarda gli altri traffici, è sufficiente pensare a un dato: meno 8% del prodotto interno lordo, un rallentamento mostruoso dell’economia. Al momento prevediamo un meno 30% di traffici nel terzo trimestre, ma temo possa andare anche peggio».

La battaglia con l’Authority dei trasporti è persa? La vostra richiesta di sospensione del contributo è stata respinta al mittente con un certo vigore…
«Come ho già avuto modo di dire, con questa vicenda abbiamo scoperto qual è il limite fra ente inutile ed ente dannoso. Mi faccia solo ribadire che la materia concessoria, fino a prova contraria, è abbondantemente regolata dalla legge. È incredibile che in un contesto del genere sia stato aggiunto un convenuto. Ed è sorprendente che la materia non venga governata da chi ha il dovere di farlo, ovvero il ministero dei Trasporti. Sono anni che attendiamo i criteri per l’assegnazione e la proroga dei canoni: questo è il fatto più importante, nella sua gravità. Tornando alla riposta dell’Autorità alle nostre richieste: la definirei incommentabile».

Assiterminal parla della necessità di ripartire dal Piano strategico nazionale della logistica e della portualità. Una richiesta che ha già fatto discutere perché quel documento non comprende opere successive alla sua stesura, come la diga di Genova. Come se ne esce?
«Semplice: rimettendo in moto il meccanismo che si è fermato dopo la stesura del Piano. Nessuno pretende di ripartire da allora senza tenere conto di quanto accaduto o progettato dopo. Quel documento va aggiornato, è evidente».

Come?
«Partendo da un principio che dovrebbe valere sempre: l’interesse generale delle opere. Che non significa applicare il modello toninelliano del rapporto costi-benefici. Quello è un approccio ideologico, che in economia non vale nulla. Chi può garantirmi che l’appartamento che acquisto oggi possa essere venduto fra un anno con un margine del 5%? Nessuno, ovviamente. Nel caso delle opere, occorre un’analisi corretta di quali siano effettivamente strategiche per la portualità. Se mi parla della diga di Genova, non sarò certo io a dire che quel porto non è strategico per il Paese. Lo è come Livorno, o La Spezia. Quello che dobbiamo evitare è il proliferare di doppioni. Perché il rischio è alimentare una guerra tariffaria che porta, è inevitabile, a un depauperamento diffuso. La decisione deve prenderla un soggetto super partes, che sia in grado di interpretare le tendenze del mercato».

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