"Coronavirus, gli effetti sullo shipping sottovalutati dalle istituzioni" / L'INTERVISTA

Nel solo settore dei container, con l’unica eccezione di Gioia Tauro, i maggiori porti italiani stanno subendo una flessione di traffici che sfiora il 30%, e nella comunità marittima internazionale l’Italia continua a prevalere un’immagine distorta di un Paese a maggior rischio contagio rispetto agli altri in Europa"

QUALE SARÀ il futuro, in questa situazione di emergenza, della logistica italiana? «I fattori di incertezza - spiega Gian Enzo Duci, presidente di Federagenti - sono molti e rappresentano vere e proprie variabili fuori controllo. Gli assetti del comparto della logistica dipenderanno da molti fattori esterni, primo fra tutti la ripresa della produzione industriale. Ma esistono anche elementi sui quali possiamo incidere direttamente esercitando pressione perché vengano sciolti da parte delle istituzioni nodi operativi determinanti. Nel nostro settore, le incertezze relative al funzionamento dei trasporti marittimi e dei porti rappresentano un condizionamento diretto del tutto sottovalutato, mi pare dalle istituzioni. L’incidenza dei trasporti marittimi e dei porti nel funzionamento del sistema economico italiano è ben maggiore di quel 4% di prodotto interno lordo che viene abitualmente attribuito al settore marittimo nel suo insieme. Dalle navi e dai porti dipende fra l’80% e il 90% del flusso di materia prime indispensabili per le industrie italiane, dipende la possibilità di raggiungere con i nostri prodotti i mercati di esportazione, dipende il destino di un indotto esteso del turismo che è riconducibile a crociere e traghetti».

Come giudica questa prima ripartenza dovuta alla fase 2?
«Al di là delle norme sui distanziamenti, sulle mascherine, sulla vigilanza contro una possibile riemersione dei contagi, la fase 2 ha senso e motivazioni se è progettata e applicata come un ponte verso il ritorno alla normalità. Ma non mi pare stia accadendo. E il totale disinteresse del governo, nella declinazione dei decreti che si sono succeduti in queste settimane e anche nel cosiddetto decreto Rilancio, non può non far scattare un segnale di allarme».

I porti italiani stanno registrando non poche difficoltà dovute a un calo dei traffici. Quale prezzo rischia di pagare il lavoro in banchina?
«Nel solo settore dei container, con l’unica eccezione di Gioia Tauro, i maggiori porti italiani stanno subendo una flessione di traffici che sfiora il 30%, e nella comunità marittima internazionale l’Italia continua a prevalere un’immagine distorta di un Paese a maggior rischio contagio rispetto agli altri in Europa. Le recenti notizie di abbandono di scali italiani da parte di importanti compagnie e consorzi rappresentano un segnale di allarme che non può essere ignorato. Sarebbe quindi indispensabile affrontare con grande razionalità il problema inviando segnali coerenti alla comunità marittima internazionale e ripristinando condizioni di efficienza operativa. In caso contrario il prezzo sarà alto anche in termini di occupazione diretta e indotta».

Quali sono le maggiori difficoltà che stanno avendo gli agenti marittimi italiani?
«Per gli agenti marittimi le difficoltà sono doppie. Da un lato, quella connessa con una obbligatoria inversione di tendenza nella percezione di un pieno ritorno alla normalità; dall’altro, nella individuazione di soluzioni del tutto nuove e mai sperimentate per far ripartire o per far funzionare interi settori. Tutto è diventato terribilmente complesso e talora le risposte sembrano prolungarsi nel tempo oltre ogni limite. È il caso recente della gestione del cambio equipaggi resi impossibili dall’emergenza coronavirus. È il tema dell’accosto nei porti delle tante navi da crociera senza impiego; è il tema di rapporti sempre più complessi con controparti armatoriali costrette a una quotidiana corsa a ostacoli».

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