Così la Russia fa shopping di porti in giro per il mondo

Sebastopoli - C’è un’immagine emblematica che da qualche giorno sta apparendo con una certa frequenza sui quotidiani di Mosca. Non riguarda la Crimea, ma è in qualche maniera legata alle mire espansionistiche di Vladimir Putin

di Luigi Guelpa

Sebastopoli - C’è un’immagine emblematica che da qualche giorno sta apparendo con una certa frequenza sui quotidiani di Mosca. Non riguarda la Crimea, ma è in qualche maniera legata alle mire espansionistiche di Vladimir Putin.

La foto immortala la stretta di mano tra il presidente del Nicaragua Daniel Ortega e il capo di stato maggiore dell’esercito russo Valery Gerasimov. L’incontro tra i due è recentissimo, in piena crisi ucraina, risale allo scorso 4 marzo a Managua e sancisce un duplice accordo: quello che porterà alla costruzione di una base militare russa nella capitale nicaraguense e allo sfruttamento da parte di Mosca dei porti navali di Bluefields e Puerto Cabeza.

Putin si sta dedicando allo shopping sfrenato di sbocchi sul mare. Sebastopoli e la Crimea rappresentano molto probabilmente il primo tassello di un disegno studiato a tavolino con l’immancabile sostegno del ministro degli Esteri (e per qualcuno mentore) Sergei Lavrov.

Anche il Nicaragua è storia recente, ma negli ultimi cinque anni i suoi uomini di fiducia (ministri, ambasciatori, ufficiali dell’esercito ed ex funzionari dei servizi segreti) hanno stretto accordi strategici molto importanti per lo sfruttamento portuale.

Il Cremlino si sta impegnando seriamente per ottenere una ragionevole obbedienza dell’America Latina e dell’Africa. In cambio della loro subordinazione politica, Putin sta garantendo un appoggio importante per difendere i loro interessi regionali presso l’Onu.

Del resto è risaputo che l’America Latina e una parte d’Africa non hanno mai avuto un peso politico rilevante presso le Nazioni Unite. L’espansione politica, economica e militare di Mosca in aree che non riguardano l’Eurasia, raffigura un progetto che va verso la creazione di un cerchio nuovo, quello delle alleanze sotto l’egida del Cremlino che lavorerà esclusivamente verso il contenimento e l’indebolimento dell’egemonia degli Stati Uniti.

La borsa della spesa è già discretamente colma. Nel 2009, in cambio di aiuti militari per 26 milioni di dollari, la Russia si è garantita la quasi totale gestione del porto di Callao, in Perù.

Stesso discorso vale per Esmeraldas, strategico punto sull’oceano Pacifico in Ecuador. Due anni fa il ministro della difesa Sergei Shoigu ha stretto per conto di Putin alleanze militari in Guatemala, ottenendo il via libera per le operazioni portuali a Santo Tomás de Castilla (nel golfo dell’Honduras) e a San Salvador, dove il presidente Mauricio Funes ha concesso a Mosca lo sbocco sul mare di Acajutla (nel Pacifico).

Sembra quasi superfluo parlare del Venezuela, dove la collaborazione con i russi nei porti di Puerto Ordaz e La Guaira è solida e duratura ed è stata rinnovata con Maduro lo scorso 3 luglio.

Putin il cannibale però non si è accontentato dell’America Latina, aggiungendo alla sua personale scatola di Risiko anche Gibuti ed Eritrea, paesi che non brillano certo per democrazia e dove i presidenti in carica Omar Guelleh e Isaias Afewerki, non hanno avuto neppure il più piccolo ripensamento ad accogliere in casa nei porti di Assab, Tio, Obock e Khor Angar l’alleato russo che li ha ricoperti di dollari e di armi.

Non a caso il minuscolo Gibuti (con una popolazione che supera di poco quella di Genova) è diventato uno dei pochi Paesi al mondo a testare il carrarmato russo di ultimissima generazione T-90S (guarda caso assieme al Perù).

Prossima tappa in calendario la Guinea, dove Viktor Ivanov, ex funzionario del KGB, e già comandante del servizio narcotici federale, ma soprattutto amico di Putin, incontrerà il presidente golpista Alpha Condé per issare la bandiera rossa sul porto di Kamsar in cambio di una fornitura di elicotteri Mil Mi-24.

La Guinea non è una nazione qualsiasi nelle strategie di Mosca, bensì il primo sbocco sull’Atlantico nel continente africano. Nella convinzione che il futuro degli equilibri internazionali si giocherà in buona parte sul controllo dei mari e sulla proiezione navale, il capo del Cremlino prosegue nelle sue manovre ad ampio raggio.

Nel mirino Sierra Leone, dove però la stabilità politica è impalpabile, e Angola, per creare concorrenza con l’alleato cinese, di casa dalle parti di Luanda ormai da una decina d’anni.

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