Brutti segnali per il manifatturiero italiano / FOCUS

Tra domanda debole, crollo produttivo per il diciassettesimo mese di fila, flessione degli ordinativi e accelerazione dei tagli di posti di lavoro, il settore piomba sui livelli di operatività più bassi da oltre sei anni e mezzo

Il porto di Genova (terminal rinfuse)

Roma - Ennesima gelata per l'industria manifatturiera italiana. Tra domanda debole, crollo produttivo per il diciassettesimo mese di fila, flessione degli ordinativi e accelerazione dei tagli di posti di lavoro, il settore piomba sui livelli di operatività più bassi da oltre sei anni e mezzo. Una debacle che si inquadra in uno scenario di generale deterioramento nell'Eurozona, con la locomotiva tedesca che archivia la performance peggiore registrando una contrazione dell'attività manifatturiera per il dodicesimo mese di fila e in misura più marcata rispetto agli altri partner. Segnali che allungano nuove ombre sulle sfide per il 2020, a dispetto di quei primi cenni di stabilizzazione dell'economia menzionati dalla Bce che suggerivano la fine della fase di rallentamento economico e che il peggio fosse ormai alle spalle.

A certificare il peggioramento delle condizioni delle imprese manifatturiere è l'indice Pmi (purchasing managers' index) elaborato da IHS/Markit in base al sondaggio fra i direttori degli acquisti. Per l'Italia, l'indicatore relativo al mese di dicembre è sceso a 46,2 punti da 47,6 di novembre rivedendo i minimi da aprile del 2013. La contrazione dell'attività manifatturiera italiana si fa dunque più profonda, tenuto conto che quota 50 rappresenta la soglia di demarcazione tra espansione e contrazione del ciclo, e si rivela più pesante della stima media di 47,2 punti avanzata dagli economisti. Dal rapporto di IHS/Markit emerge un netto peggioramento della produzione e dei nuovi ordini, anche dall'estero, cui si affianca un'accelerazione dei tagli occupazionali. «La produzione si è contratta al ritmo più veloce da quasi sette anni», da marzo 2013, viene spiegato nel report, mentre i nuovi ordinativi sono diminuiti «al tasso più veloce in tre mesi», a fronte della debole domanda, e «anche gli ordini destinati al mercato estero sono diminuiti». Allo stesso tempo, le aziende hanno ridotto «i livelli del personale per il settimo mese consecutivo» e il tasso di contrazione occupazionale è stato «il più veloce da oltre sei anni e mezzo», da maggio 2013.

Nell'intera Eurozona, l'indice Pmi sull'attività manifatturiera è sceso a 46,3 da 46,9 di novembre evidenziando una contrazione del ciclo per l'undicesimo mese di fila. E in Germania si è registrato un calo a 43,7 da 44,1 di novembre chiudendo così l'intero 2019 senza spunti di crescita. «Ancora una volta la Germania è stata la nazione a riportare i risultati peggiori» e «rimane una spina nel fianco dell'economia», viene messo in evidenza nel rapporto. Il calo della produzione tedesca nell'ultimo scorcio del 2019 «è di cattivo auspicio per i dati finali sulla crescita, mentre i tagli consistenti alla forza lavoro nelle fabbriche continuano a rappresentare una minaccia per i consumi interni», commenta Phil Smith, Principal Economist di IHS/Markit, il quale tuttavia vede qualche spiraglio positivo grazie alla «fase uno» dell'accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina e al percorso «potenzialmente più chiaro verso la Brexit», fattori che «creano uno sfondo più stabile sul palcoscenico internazionale».

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