La portualità piange D'Alessandro, l'ultimo riformista dei moli / IL PERSONAGGIO

La rivoluzione dimezzata ha il marchio e i tormenti esistenziali di Roberto D’Alessandro, l’ex presidente del Cap scomparso martedì a 84 anni

Storica stretta di mano fra Paride Batini e Roberto D'Alessandro

di Giorgio Carozzi

Genova - La rivoluzione dimezzata ha il marchio e i tormenti esistenziali di Roberto D’Alessandro, l’ex presidente del Cap scomparso martedì a 84 anni nel suo eremo sulle alture di Portofino, l’amato borgo di cui è stato lungamente anche sindaco. Perché il sistema portuale italiano regge ancora la competizione sui mercati globali soprattutto per le intuizioni e la feroce determinazione riformista del manager che guida Palazzo San Giorgio alla metà degli anni Ottanta. E oggi come allora quel modello gestionale è minato dallo stesso apparato corporativo: imprenditoria miope che contrasta i grandi investitori per continuare a dividersi fette di torta sempre più sottili, forze sociali adagiate sull’assistenzialismo, politica inadeguata e in fuga davanti a visioni di futuro innovativo.

Il paradigma potrebbe chiudersi qui, colmando con le parole e i rimpianti il vuoto lasciato da un grande riformatore, che ha trasformato il modo di fare e di essere porto. Accettando la sfida con un granitico Pci che difende l’intangibilità di settemila camalli. Lanciando la privatizzazione dei terminal e resistendo per un anno intero con le banchine chiuse per guerra. Firmando alla fine con Paride Batini l’accordo sulla riorganizzazione del lavoro che in realtà il console aveva condiviso già all’esordio del presidente. Cedendo solo al populismo consociativo benedetto dal cardinale Siri in un memorabile summit a Tursi: «A Natale anche i portuali devono mangiare il panettone». È il tramonto di una parabola esaltante. D’Alessandro, manager del gruppo Pirelli, sbarca a Genova nel 1984 fortissimamente voluto dal premier Bettino Craxi, che lo preferisce a un altro cavallo di razza del Psi, l’imprenditore Titti Oliva. Nel bene e nel male, eredita il fardello di Giuseppe Dagnino, per 17 anni governatore del Consorzio Autonomo del Porto. Traffici sviliti, capitali in pericolo, fiducia volatilizzata, disoccupati in aumento, costo del lavoro altissimo e fuori mercato. Visi logorati da scandali ed errori. Le riforme mille volte promesse e mai attuate. La moralizzazione del costume amministrativo ridotta ad un optional. Le inadeguatezze, le complicità tra consorterie politiche e sociali pagate dalla comunità. D’Alessandro non si fa intimorire. Impone una cura da cavallo ricalcando gli stessi schemi in uso nelle multinazionali da cui proviene. Vara una squadra di collaboratori geniali: da Antonio Orlando a Domenico Ruiz, da Roberta Falqui a Giuseppe Cortesi. Disegna proposte, riforme e progetti in una serie di “libri blu” che diventano il nuovo Vangelo delle banchine. A Genova si discutono gli scenari e le strategie della intermodalità internazionale fondata su una nuova globalizzazione. Genova capitale mondiale dello shipping nella stagione più nera. La Culmv di Batini prima è disponibile, poi si chiude in trincea. Sono troppi i tagli, ma soprattutto il timore è la perdita di protagonismo nel ciclo produttivo. Si scatena un conflitto sociale feroce e surreale. Batini viene commissariato. Genova è bloccata, il porto chiuso. Gli operatori scendono in piazza riproponendo le iniziative dei dirigenti Fiat. Pci e sindacato replicano a muso duro. La politica tentenna. Poi con un primo intervento di ammortizzatori sociali contribuisce a riportare lo scontro all’interno di una dura ma regolare contrattazione. Il porto emporio dell’illegalità è finito, il bazar levantino è al tramonto.

Timidamente si affacciano i privati e le prime multinazionali del mare cui vengono consegnate le chiavi dei terminal. Gli organici sono commisurati alle reali esigenze. I costi calano. Ma non si esauriscono gli ideali di socializzazione, di uguaglianza e democrazia. Roberto D’Alessandro è finalmente consapevole di aver segnato un’epoca. Gira il mondo per raccontare quel mezzo miracolo ai santoni dello shipping di Londra, Singapore, New York e Los Angeles. La sera sorseggiando champagne ironizza su quella disavventura giovanile, quando sul lungomare di una città del Sud venne beccato come “ambasciatore con valigetta” del vecchio Grifone alla vigilia di una partita decisiva per la permanenza in serie B… Ma D’Alessandro non vive sugli allori, fiuta l’aria che tira e capisce. Il timore è di vivere in una città senza luce, ostaggio di interessi di parte, delle paure, di nuovi baluardi innalzati per chiudersi dentro. Infatti. La Genova che non dimentica gli fa pagare un conto salatissimo. Sul più bello, quando la strada della grande riforma è ormai spianata, le istituzioni, i partiti, il sindacato e la Chiesa impongono al presidente un nuovo accordo al ribasso sul lavoro in porto.

Un valzerino lento e la musica è finita. Altri avrebbero accettato comunque un secondo mandato. Non Roberto D’Alessandro, il riformatore: la dignità non ha prezzo.

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