Capocaccia: "Gallanti, presidente straordinario di un'epoca lontana" / L'INTERVISTA

"Di lui ricordo il rapporto personale con Loyola de Palacio, la commissaria europea ai Trasporti. E poi il piano regolatore portuale con un respiro mondiale"

Fabio Capocaccia, Giuliano Gallanti e Marta Vincenzi

di Simone Gallotti

Genova - Nessuna distanza politica, giura Fabio Capocaccia, perché «lui era di sinistra, ma io di centro» spiega l’uomo che con Gallanti ha condiviso due mandati alla guida del porto di Genova. «Quelli più esaltanti, dove c’era grande voglia di fare» dice l’ex segretario generale del primo presidente comunista dell’Authority. Capocaccia, oggi alla guida dell’Istituto internazionale di comunicazione, è stato il traghettatore (commissario dello scalo prima della riforma) ed ha vissuto la stagione a cavallo tra due epoche, quella segnata da Roberto D’Alessandro che volgeva al termine e quella della “privatizzazione dei porti” che con Gallanti aveva messo il turbo: «Siamo stati la prima Autorità portuale d’Italia, nati il primo gennaio del 1995».

Otto anni insieme, dal 1996 al 2004, alla guida del primo porto del Paese. Com’era lavorare con Gallanti?
«Abbiamo iniziato con un rapporto burocratico, formale. E alla fine siamo diventati amici. Abbiamo realizzato tanto: dal terminal traghetti, al raddoppio di Ponte Doria. E poi abbiamo recuperato la Stazione Marittima. Non solo: con noi sono tornati a Genova i Messina che erano andati alla Spezia e Bruno Musso. Lo sentivo spesso anche ultimamente. Quando è diventato presidente del porto di Livorno abbiamo lavorato insieme su alcuni progetti».

Quale era la cifra distintiva di quell’epoca?
«Quella della serietà. Gallanti era una persona onesta intellettualmente e moralmente. Un uomo obiettivo e trasparente, di straordinaria correttezza».

Gallanti aveva anche una spiccata propensione all’internazionalizzazione.
«Certo. Mi ricordo quando all’inizio del mandato, pur di imparare bene l’inglese, il presidente prendeva lezioni serali. Si è tanto applicato, e tanto ha studiato, che è diventato padrone della lingua. E questa nuova competenza l’ha sfruttata per rendere il porto più internazionale».

Gallanti diventò anche presidente di Espo, l’associazione europea degli scali.
«Non solo: di lui ricordo il rapporto personale con Loyola de Palacio, la commissaria europea ai Trasporti. E poi il piano regolatore portuale con un respiro mondiale».

Chiamaste a raccolta i più grandi architetti del tempo...
«Ricordo che riuscimmo a coinvolgere Rem Koolhaas e e Solà-Morales, due big dell’epoca. E sa chi faceva parte dell’agenzia del piano? Stefano Boeri».

Però quell’epoca non è stata solo una rivoluzione estetica.
«No, anzi. Pensi che con Gallanti abbiamo raggiunto il primo milione di container mentre tutti ridevano quando dicevamo che avremmo ottenuto quell’obiettivo. In molti pensavano fosse irrealizzabile. E invece...».

Prima D’Alessandro e ora Gallanti. Sono stati due simboli di un’epoca che sembra così lontana, anche se non sono passati poi molti anni...
«Sono stati due simboli di una rivoluzione che in quegli anni ha cambiato il volto del porto. D’Alessandro per aver ispirato la riforma, Gallanti per averla attuata. Il nostro è stato il periodo della grandi trasformazioni».

E ora invece?
«Adesso i porti sono diventati il paradigma della crisi del sistema-Italia. Noi le decisioni le prendevamo, assumendocene le responsabilità. Oggi i decisori veri non sono premiati. Anzi». —

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