Gallanti, l'avvocato comunista che aprì il porto di Genova al mondo / IL PERSONAGGIO

Presidente dell’Autorità portuale genovese per due mandati, avvocato penalista, cuore e mente del Pci in Regione, dirigente di apparato ma anche comunista atipico: Gallanti è stato uomo di grande sensibilità e di cultura altissima

Giuliano Gallanti con la toga da avvocato

di Giorgio Carozzi

Genova - Primo e unico presidente comunista nella millenaria storia del porto di Genova, primo timoniere della Autorità portuale che rimpiazza il vecchio Consorzio, Giuliano Gallanti rischia di essere abbattuto all’inizio degli anni Duemila dalla feroce contestazione dei Comitati del Ponente cittadino, un’inedita aggregazione trasversale che si oppone all’espansione del terminal di Pra’ gestito dal gigante asiatico, Psa di Singapore. Gallanti viene “salvato” dal sindaco e dal governatore della Liguria, Beppe Pericu e Sandro Biasotti. Che mediano, al ribasso. E di fatto smontano, stralciano e accantonano un piccolo capolavoro di lungimiranza e di visione operativa proiettata verso un futuro globale. Quel nuovo piano regolatore portuale che prevede l’ampliamento delle banchine di Ponente destinate al traffico container e il conseguente riutilizzo delle preziose aree del porto antico e di Sampierdarena, di cui una parte sarebbero state restituite alla città. È un colpo basso, Gallanti incassa.

Del resto è la stagione in cui le geometrie dei misteri italiani cancellano alleanze dichiarate, solidarietà formali, patti di maggioranza. Si privilegiano i voti e i sostegni elettorali rispetto al bene comune, inizia l’irreversibile degrado culturale e politico che frena le iniziative di sviluppo condiviso. Vince come oggi la logica del consociativismo. E niente sarà più come prima. Non ha senso impedire la crescita del porto di Genova. Gallanti lo sa bene. Ma non è un gladiatore, è l’interprete sublime di una mediazione continua tra interessi contrapposti, l’unico in grado di tenere a bada l’impetuosa irruenza del console della Culmv, Paride Batini. Cerca ogni giorno, con grandi fatiche, di scartare tutti i lati oscuri che incombono sulle banchine, offrendoceli come vicende assolutamente limpide. Difende comunque i caposaldi della privatizzazione dei moli e della riorganizzazione del lavoro lanciati da Roberto D’Alessandro e consolidati dal predecessore, Rinaldo Magnani. È molto abile nel trattenere imprese e agguantare nuovi business. Qualche volta un’anima in pena, ma sempre un galantuomo fermo nel difendere l’istituzione portuale da agguati e rappresaglie. Non solo. Gallanti possiede capacità e cultura per collocarsi negli anni come punto di riferimento politico e progettuale delle altre roccaforti mediterranee ed europee, da Marsiglia a Barcellona, da Rotterdam ad Anversa. Ha più successo all’estero che in Patria. Capisce che il “prodotto porto” dev’essere conosciuto e venduto e così lo porta in tour per il pianeta, soprattutto nel Far East, da Hong Kong a Singapore. E la nave, come sempre, andava o fingeva di andare.

Presidente dell’Autorità portuale genovese per due mandati, avvocato penalista, cuore e mente del Pci in Regione, dirigente di apparato ma anche comunista atipico: Giuliano Gallanti è uomo di grande sensibilità e di cultura altissima e sublime. Parla correttamente almeno cinque lingue, adora James Joyce, è un’enciclopedia vivente. Resta sempre e volutamente appartato senza bisogno di nascondersi, senza mai dover restituire nulla non avendo mai accettato niente. Gallanti nutre umile rispetto e amore adulto per l’intelligenza e la sensibilità dei suoi ascoltatori. Fruga nella memoria, nelle indignazioni sommerse, nell’evocazione. C’è tuttavia una pagina ancor oggi oscura e opaca che lo vede indiretto protagonista ma responsabile in quanto presidente dell’Authority: la fuga di Costa Crociere a Savona, con conseguente e clamoroso divorzio dalla storica compagnia genovese. Un buco nero. Adesso che la memoria storica del porto di Genova si sgretola e quasi evapora con l’improvvisa scomparsa, a pochi giorni di distanza, di due protagonisti come Roberto D’Alessandro e Giuliano Gallanti, bisognerebbe contare le occasioni perdute e le conquista sfumate.

Luci e ombre. Quello che poteva essere e non sarà mai. Dimenticare per non morire d’angoscia? Non è esattamente quello che Giuliano Gallanti avrebbe sognato per il suo porto. —

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