Negri: "Genova impari dalle lezioni di D'Alessandro e Gallanti"

"Senza la loro competenza, la loro voglia di rompere vecchi schemi e lavorare per il bene comune, oggi la città non sarebbe la stessa. D’Alessandro, il primo vero manager alla guida del porto, fu senza dubbio l’artefice della svolta"

Da sinistra: Filippo Gallo, Luigi Negri, Nanni Cerruti

di Francesco Ferrari

Genova - «Erano tempi sicuramente diversi. Più duri, forse. Ma almeno c’era la certezza della presenza dello Stato. E con personaggi come Paride Batini, che non aveva certo una personalità facile, una stretta di mano bastava a garantire gli accordi». Luigi Negri, classe 1943, sardo di Sassari, primo imprenditore a credere davvero nell’apertura del porto di Genova ai privati, ventisei anni dopo l’inizio della sua impresa riesce finalmente a sorridere quando pensa a «quella volta che entrai nell’ufficio di Rinaldo Magnani e ne uscii “padrone” di un terminal che fino a qualche ora prima non voleva nessuno».

«La gara era andata deserta per due volte, perché lavorare in porto era diventato impossibile: un giorno scioperavano i portuali, il giorno dopo i consortili. Un incubo. Genova era off limits. Io, che facevo l’agente marittimo, ero stato costretto a riposizionare il traffico in import ad Amburgo e quello in export ad Anversa. Spostavamo mille container a settimana via treno, poi un giorno quelli di Intercontainer mi convocarono a Basilea e mi dissero: “Senta un po’, noi non lo reggiamo più questo traffico, veda lei cosa fare”. Così chiesi un appuntamento al presidente Magnani e gli dissi: “E se le chiedessi il terminal di Sanità?”. Non gli sembrava vero. Anzi, diciamola tutta: mi prese per scemo. Ricordo che, uscendo dal suo ufficio, pensai: “Bene, e adesso da solo cosa faccio? Mi serve almeno un partner”. E potenziali partner, a Genova, non ce n’erano mica tanti… Per fortuna mi seguirono in quell’avventura le famiglie Schenone e Cerruti». Un’avventura mai chiusa, ma che tre anni fa – era il febbraio 2017 – ha portato alla conclusione di un affare storico (e milionario) per il gruppo Gip e per il porto di Genova: la cessione del 95% delle quote ai fondi Infravia e Infracapital.

«Ricordare quei momenti, in questi giorni che hanno visto la scomparsa di due grandi persone come Roberto D’Alessandro e Giuliano Gallanti, mi ha fatto riflettere – continua Negri – Senza la loro competenza, la loro voglia di rompere vecchi schemi e lavorare per il bene comune, oggi la città non sarebbe la stessa. D’Alessandro, il primo vero manager alla guida del porto, fu senza dubbio l’artefice della svolta, grazie alla sua visione internazionale, alla sua voglia di smantellare posizioni che sembravano intoccabili, al suo coraggio di non farsi intimidire dai 2.500 consortili che gli stavano intorno. Gallanti ebbe la forza di portare avanti quell’opera, coinvolgendo il mondo dell’impresa e quello del lavoro, mediando, cercando sempre di risolvere problemi e attriti, affidandosi a Fabio Capocaccia e al miglior segretario generale che Genova abbia mai avuto: Sandro Carena. Certe polemiche non voglio più affrontarle, ma una cosa voglio dirla: buttare fuori Carena da Palazzo San Giorgio è stato un gesto imperdonabile».

Oggi Negri ha diversificato le attività, che vanno dalla cantieristica navale (Gin) alla moda (Slam), senza naturalmente avere abbandonato shipping e logistica. «Ho due nipoti molto in gamba, io sono anziano e li osservo crescere», dice. Una mezza verità, perché immaginare Negri lontano da una scrivania, da un meeting o una telefonata di lavoro è impossibile. E infatti: «Sa cosa vogliamo fare, adesso? Utilizzare le aree di Piombino per realizzare i “gusci” della navi da crociera che costruiamo a Genova. Oggi siamo costretti a commissionarli a terzi. Controllare tutto il ciclo produttivo ci consentirebbe di lavorare con maggiore serenità». E il porto del 2020, come la vede Negri? «Devo essere sincero? Immobile. Tra i terminal operator c’è voglia di fare, almeno fra la maggioranza. Uno come Aldo Spinelli, per esempio, è sempre in prima linea: investe, crea lavoro, ha idee, cerca nuovi business. Ma intorno vedo tanto immobilismo. E bisogna stare attenti, perché fino ad oggi abbiamo resistito, ma scivolare verso un porto a vocazione regionale è un attimo… Non volevo dirlo, ma lo faccio lo stesso: ci vorrebbero più Marco Bucci, in città e in porto. Genova ha bisogno di gente che mantenga le promesse, che dia segnali positivi. Perché, vede, non è che siamo più brutti degli altri: a Marsiglia, come nei porti spagnoli, i problemi ci sono, eccome. Se partiamo da questa consapevolezza, tutto diventa più facile. Altrimenti, ripeto, in un attimo retrocediamo. E tornare in alto poi è impossibile».
E il nuovo porto di Vado Ligure, non può creare problemi a Genova? «Non credo proprio. Un terminal a 40 chilometri da Pra’... perché mai dovrebbe fare paura? Quel porto è nato perché Maersk non trovava spazio al Vte e non riuscì a comprare il Sech. Oggi i tempi sono cambiati, e anche i rapporti fra armatori e terminalisti. Staremo a vedere».

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