Così il coronavirus spaventa il porto di Genova (e non solo) / REPORTAGE

Anche i camalli che lavorano a stretto contatto con la merce cinese sono tranquilli: «I controlli si sono alzati – ripetono in banchina – vediamo più personale sui moli. Meglio così, ma non siamo preoccupati»

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di Simone Gallotti

Genova - Parla di fronti, Paolo Emilio Signorini, il presidente del porto di Genova. Come in una guerra, quella che il principale scalo italiano sta combattendo su due posizioni con armi che rischiano di essere spuntate «perché servirebbe più personale per i controlli». Il fronte del possibile contagio «non preoccupa, per ora. Ma l’emergenza non è finita, c’è sempre la possibilità che qualche focolaio nascosto covi ancora sotto la cenere». Il livello di attenzione è diventato massimo sui passeggeri delle navi da crociera, sui marittimi imbarcati sui cargo che fanno il giro del mondo e poi approdano in Italia e sul personale degli operatori portuali. Ma il coronavirus cinese non viaggia nei container e «per ora fila tutto liscio» dice Signorini. «I controlli sono effettuati dalla sanità marittima e in caso di emergenza arriva la task force da Roma». Per riuscire però a tenere alta la guardia, serve più personale: «Anche se non potremmo comunque ispezionare tutte le navi da cima a fondo» dice Signorini che è preoccupato dall’impatto sull’operatività. Ed è questo l’aspetto più critico.

Anche i camalli che lavorano a stretto contatto con la merce cinese sono tranquilli: «I controlli si sono alzati – ripetono in banchina – vediamo più personale sui moli. Meglio così, ma non siamo preoccupati». Sulle calate di Genova i militari della Capitaneria di porto e il personale sanitario adesso sono più presenti e i controlli a bordo sono più severi. Le navi cargo invece non partono dalla Cina perché non ci sono container da spedire. «I marittimi sono tra i lavoratori più controllati a livello sanitario» spiega Filippo Guadagna, il manager che guida una delle principali agenzie di collocamento di marittimi in Europa. Negli uffici genovesi di Sirius non si respira aria di emergenza «nonostante le centinaia di navi cargo che gestiamo. Ci sono controlli sanitari prima di imbarcarsi, il medico di bordo segnala ogni caso sospetto». Il fronte che preoccupa di più è quello commerciale. «Abbiamo perso il 5% dei volumi in queste prime settimane» racconta Augusto Cosulich, l’uomo che rappresenta Cosco in Italia, il colosso cinese delle spedizioni via mare. «E siamo solo all’inizio, ma stiamo vivendo una fase di isteria: la gente pensa che il virus arrivi con la merce spedita dalla Cina. I marittimi imbarcati su una nave che arriva dall’Asia stanno un mese in navigazione. E’ come se si sottoponessero ad un’auto-quarantena. Mi spaventano molto di più gli effetti economici».
Le fabbriche di Pechino infatti sono ferme e i container non partono. La stragrande maggioranza della produzione asiatica destinata ai nostri mercati passa da Genova: Shanghai è il secondo scalo nella classifica degli scambi commerciali, con quasi 170 mila contenitori che ogni anno arrivano sulle banchine genovesi. Il primo è Singapore che tocca i 250 mila container. Nei primi dieci hub marittimi collegati con la Liguria, cinque posizioni sono occupate da porti asiatici: dal Far East arrivano più di mezzo milione di container. Prodotti finiti, parti meccaniche, pezzi per il settore dell’auto: è tutta merce destinata alla nostra industria che non parte.

«E’ ovvio che ci sarà un impatto» conferma Giampaolo Botta, il direttore degli spedizionieri genovesi. «E l’onda lunga deve ancora arrivare: gli effetti veri li avvertiremo solo tra un mese». E tutti sono preoccupati perché il commercio via mare con l’Asia pesa per il 20/25% del totale. Ieri una delle principali alleanze tra compagnie marittime (La Ocean Alliance) ha sospeso i viaggi delle navi dall’Asia all’Europa: manca la merce da imbarcare e così Genova perde altro traffico. Alle shipping line va anche peggio: le perdite per l’emergenza coronavirus, arrivano a 350 milioni di dollari a settimana. Gli analisti sono sicuri che il conto sarà salato anche per il sistema produttivo italiano.

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