"Infrastrutture, l'Italia segua il modello Genova: un commissario scelga quali realizzare" / INTERVISTA

Pasqualino Monti, già presidente di Assoporti e dello scalo di Civitavecchia, oggi al timone dell’Autorità di sistema portuale di Palermo, ha assistito in prima fila alla grande manifestazione organizzata giovedì dagli agenti marittimi veneziani a difesa dei traffici commerciali

Pasqualino Monti

di Francesco Ferrari

Genova - La ricostruzione del viadotto sul Polcevera come best practice per la realizzazione di infrastrutture, non necessariamente grandi, in Italia. Pasqualino Monti, già presidente di Assoporti e dello scalo di Civitavecchia, oggi al timone dell’Autorità di sistema portuale di Palermo, ha assistito in prima fila alla grande manifestazione organizzata giovedì dagli agenti marittimi veneziani a difesa dei traffici commerciali. «Sembra impossibile che un Paese come il nostro debba alzare la voce per chiedere interventi che altrove sarebbero normale amministrazione». La pulizia del canali in modo da rendere possibile la navigazione, nel caso di Venezia. Ma i casi simili sono decine, e non riguardano solo opere miliardarie come il Terzo valico o la nuova diga, per citare due casi genovesi. La situazione è tanto complessa che anche l’apertura di piccoli cantieri può subire ritardi di anni o, nei casi estremi, la cancellazione di interventi strategici.

«In queste ore è stato presentato con grande enfasi il piano di infrastrutturazione del Sud – continua Monti – Contiene interventi per 123 miliardi di euro. Come sempre leggiamo grandi cifre, dimenticando che i soli stanziamenti non bastano: quando metti in campo una quantità di denaro così imponente, è importante sapere quanto riuscirai realmente a spenderne, altrimenti è tutto inutile. Il passaggio dall’impegno alla spesa è troppo parcellizzato: questo è il vero limite italiano». «Oggi più che mai - è l’idea di Monti - c’è necessità di mettere mano a un piano industriale del sistema Paese in maniera forte e decisa. E questo piano deve partire da noi, dal nostro settore. L’Italia importa il 90% delle materie prime, le trasforma e le esporta: i passaggi di questo processo sono la ferrovia, la strada e i porti. Ma sono i porti i veri collettori del sistema. La mia proposta è che noi, come settore logistico-portuale, indichiamo le 25-30 opere che mancano al Paese, e che della loro realizzazione si occupi un commissario, in deroga alla legge sugli appalti e alle decine di vincoli che annullano l’effetto positivo delle nuove opere. Come è successo a Genova dopo il crollo del Morandi. È la cosa più semplice del mondo e non capisco perché non si possa fare». Ma un settore lacerato da interessi spesso in contrapposizione come può dotarsi di una voce unica? «Serve una prova di maturità da parte di ognuno di noi. Dimentichiamo le ragioni che ci hanno portati a essere divisi nei porti, nella logistica, nell’armamento. Una chiamata alle armi delle associazioni dello shipping nazionale è l’unica strada percorribile, se vogliamo imporre alla politica le scelte del cambiamento. Anche perché i tempi sono strettissimi». Accelerare la realizzazione delle opere prioritarie «potrebbe valere più del 2% del Pil», sostiene Monti. «Un commissario sul modello Genova è la carta vincente, non credo ci siano alternative, soprattutto se affiancato da una seria semplificazione delle procedure. C’è un esempio che dovrebbe farci riflettere: a grande fatica, l’Italia ha introdotto le Zes, le zone economiche speciali. Peccato che le aziende, per entrare nel circuito, debbano ottenere trentadue diverse autorizzazioni. Questa sarebbe semplificazione?».

Progetto tanto ambizioso quanto di non semplice attuazione, quello del manager ischiano. «Ne sono consapevole, ma abbiamo il dovere di provarci. Come? Prendiamo tre presidenti di Autorità portuali bravi, mettiamoli al lavoro con un gruppo di imprenditori seri e iniziamo a lavorare al progetto. Senza pensare agli interessi personali, o territoriali, perché se il Paese cresce è un bene per tutti. Infrastrutture moderne sono la base per reindustrializzare l’Italia, al Sud come altrove. L’Irlanda ha presentato di recente un grande piano al 2050, che prevede una popolazione in aumento di 3 milioni di persone. Un progetto d’orgoglio e ambizione: credo che il nostro Paese dovrebbe avere lo stesso coraggio». —

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