«Emergenza virus, Venezia sopravvive grazie al suo porto» / INTERVISTA

Genova - Il 13 febbraio scorso il mondo portuale veneziano si riunì su invito di Assoagenti Veneto per lanciare un appello a favore del porto lagunare. «Avevamo preparato un manifesto - racconta Alessandro Santi, presidente dell’Associazione agenti marittimi del Veneto - in cui chiedevamo che venisse riconosciuta l’importanza dell’attività portuale»

di Alberto Ghiara

Genova - Il 13 febbraio scorso il mondo portuale veneziano si riunì su invito di Assoagenti Veneto per lanciare un appello a favore del porto lagunare. Il titolo dell’incontro era “E se rovesciamo Venezia?” e lo slogan “Il porto è vita. Venezia è viva”. Sul tavolo, fra l’altro, c’era il ritardo nei dragaggi dei fondali, che riduce la capacità ricettiva delle banchine. «Avevamo preparato un manifesto - racconta Alessandro Santi, presidente dell’Associazione agenti marittimi del Veneto - in cui chiedevamo che venisse riconosciuta l’importanza dell’attività portuale. Era già pronta la mail da inviare ai tre ministeri delle Infrastrutture, dei Beni culturali e dell’Ambiente, ma è stata bloccata dall’emergenza coronavirus. In questo momento, sia noi sia i ministeri abbiamo altre priorità. Ma il messaggio dell’importanza del porto per la città rimane valido, anzi: è ancora più evidente».

In che senso?
«Le foto che stanno uscendo sui giornali mostrano che a Venezia in questo momento l’economia del turismo è morta. La città e il territorio vivono di un’attività industriale ridotta e del porto. I traffici sono in sofferenza, ma rimangono necessari per rifornire le filiere produttive essenziali del Paese: agroalimentare, settore energetico, acciaio».

Che cosa insegna questo momento drammatico?
«Che la risposta alle esigenze del territorio non può essere soltanto il turismo. Questo periodo porterà a una rivisitazione delle scelte economiche e probabilmente anche a un reshoring, un ritorno in Italia di attività produttive che erano stato spostate all’estero. Non si può più pensare di sostenere soltanto una monoattività turistica. Abbiamo visto che qualsiasi crisi internazionale, come quest’ultima, ha un impatto immediato sui viaggi. E’ un settore in cui noi stessi siamo impegnati con tour operator, crociere, alberghi, e delle cui difficoltà stiamo soffrendo. Ma se punti soltanto sull’economia turistica sei finito».

Qual è oggi la situazione di Venezia?
«Chi va a lavorare oggi sono i 21 mila lavoratori che gravitano intorno all’attività delle banchine. Forse non tutti, certamente con difficoltà, con le mascherine che non si trovano. Ma lo scalo continua a essere operativo e a alimentare i fabbisogni delle aziende. Si continuano a caricare e scaricare merci. Ravenna e Venezia sono i due scali che alimentano di rinfuse la manifattura italiana, in particolare quelle filiere essenziali che sono garantite anche dai Dpcm del governo».

Qual è l’incidenza di questi due porti?
«Nel settore agroalimentare, Ravenna movimenta circa 4,4 milioni di tonnellate e Venezia 2,3 milioni, quindi complessivamente più di 6,5 milioni su un totale nazionale intorno a 10 milioni di tonnellate. Poi c’è il settore dell’acciaio: da Venezia e Ravenna passano 7-8 milioni di tonnellate per gli impianti di Brescia e Bergamo, e non solo. E poi di qui passa il carbone per le stesse acciaierie e per le centrali elettriche. Insomma, non ci sono soltanto i container. L’attività portuale è la seconda gamba che sostiene Venezia e in questo momento è l’unica che funziona. Questo discorso vale anche per altri porti italiani».

Come hanno reagito all’emergenza sanitaria le vostre aziende e quelle dell’indotto portuale?
«Abbiamo messo in campo tutto quello che è previsto dalla normativa e anche di più. Gli uffici hanno predisposto una seconda squadra ridondante per non rimanere scoperti in caso di emergenza e garantire la continuità del servizio. Chi può lavora da casa. Per chi deve operare sul campo, come gli operatori che si interfacciano con gli autotrasportatori, ma anche i piloti che salgono sulle navi in arrivo, purtroppo scarseggiano i dispositivi di sicurezza (Dpi) e per questo abbiamo lanciato un accorato appello alle istituzioni. Queste ultime devono capire che sono i prodotti che arrivano dalle navi che consentono al sistema nazionale di andare avanti».

L’impatto della crisi è stato pesante?
«I primi giorni sono stati di difficoltà in tutta Italia, penso ai problemi nel porto di Genova e a quelli dei camionisti alle frontiere. Poi sono stati affrontati e ci sono protocolli stabiliti col ministero per tutelare i lavoratori. Adesso il problema è ricevere mascherine, disinfettanti e guanti. Cerchiamo di far capire alla Protezione civile che anche la nostra attività è essenziale. Intanto restiamo in contatto con le nostre associazioni di riferimento, da Federagenti a Confetra, Confcommercio, gli armatori».

E il vostro manifesto?
«Non abbiamo potuto inviarlo, ma è sempre più giustificato. Non si può trascurare la portualità».

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