«Concessioni in banchina? Il regolamento non serve più: basta applicare le norme» / INTERVISTA

Genova - “Oggi un regolamento sulle concessioni aggiungerebbe poco all’efficienza dei porti italiani”, afferma Massimo Provinciali, segretario generale dell’Autorità di sistema portuale del mar Tirreno settentrionale. Provinciali risponde a quanto dichiarato sul Secolo XIX-the MediTelegraph da Gian Enzo Duci, presidente di Federagenti

di Alberto Ghiara

Genova - “Oggi un regolamento sulle concessioni aggiungerebbe poco all’efficienza dei porti italiani”, afferma Massimo Provinciali, segretario generale dell’Autorità di sistema portuale del mar Tirreno settentrionale. Provinciali risponde a quanto dichiarato sul Secolo XIX-the MediTelegraph da Gian Enzo Duci, presidente di Federagenti, secondo cui, al contrario, “senza un regolamento chiaro” si lascia spazio a “aree grigie del rapporto fra pubblico e privato”. Duci si chiede perché, dopo 26 anni di attesa, non si riesca a emanare il regolamento sulle concessioni previsto dalla riforma del 1994.

Lei è stato dirigente al ministero prima di diventare segretario generale a Livorno. Come sono andate le cose?
“La formulazione dell’articolo 18 nella riforma del 1994, che riguarda le concessioni, era complicato e di difficile applicazione. Tanto è vero che nel 2000 è stato riformulato con la legge 186. Dal 2000 al 2004, nel periodo in cui sono stato direttore del ministero per le infrastrutture portuali, abbiamo cominciato a lavorare a un regolamento. Abbiamo mandato la bozza al Consiglio di Stato e io stesso ho emanato una circolare che anticipava alle Autorità portuali il contenuto del regolamento, dicendo loro di tenersi pronte alla sua entrata in vigore”.

Poi che cosa è successo?
“E’ arrivata la riforma costituzionale del Titolo V, che nel 2005 ha messo la portualità fra le materie a legislazione concorrente. Il Consiglio di Stato adottò un orientamento per cui lo Stato non ha avuto più il potere di regolamentare la materia, non poteva adottare regolamenti su legislazioni che non fossero di materia esclusiva dello Stato. Soltanto il ministro Delrio ha provato a stilare una bozza di regolamento che ha inviato al Mef e al Consiglio di Stato, ma è stato un tentativo senza seguito”.

Vuol dire che per fare il regolamento occorre la condivisione fra Stato e Regioni?
“No, per il Consiglio lo Stato non aveva più potere regolamentare. Ma dirò di più. Dal 1995 al 2005 i porti italiani hanno funzionato bene anche in assenza di regolamento. Successivamente ha pesato un fattore esterno come la crisi finanziaria mondiale del 2008. Mi sembra che la necessità di un regolamento sia sfumata, anche perché ci sono altri strumenti”.

Gli operatori denunciano il fatto che ci sia mancanza di omogeneità da un porto all’altro nell’applicazione delle concessioni. Duci parla di arbitrarietà.
“Stimo molto Duci, ma come ho detto c’è una ragione storica se il regolamento non si è fatto. Non è dovuto a ignavia o incompetenza. Oggi i fondamenti sono uguali dappertutto perché li dà la legge, l’Antitrust e Autorità di regolazione trasporti (Art), la gara pubblica e la comparazione sono principi acquisiti. Bisogna trovare equilibrio fra autonomia regolamentare dei porti e necessità di principi omogenei”.

Quali sono gli strumenti in vigore che rendono inutile il regolamento?
“Il ministero ha emanato linee guida su pubblicità, trasparenza, parità di trattamento dei partecipanti. La comparabilità dei piani industriali in funzione di migliori traffici c’è sempre stato. Un altro criterio chiaro riguarda l’ottimizzazione degli spazi. Inoltre due anni fa l’Art ha emanato una delibera molto netta che offre una griglia di criteri comparativi. Poi una concessione a Genova è diversa che a Taranto o a Ancona”.

Il presidente degli agenti marittimi invita anche a non nascondersi dietro l’alibi della burocrazia e indica alcuni porti, come Palermo, Trieste e Gioia Tauro, il cui comportamento dovrebbe essere un benchmark per gli altri. E’ d’accordo?
“Sì, ma ricordo che Livorno è il porto che ha avuto la performance migliore negli ultimi sei anni. Abbiamo investito 200 milioni di euro di opere nel piano regolatore e i traffici si sono moltiplicati”.

L’anno scorso l’Authority è stata commissariata per motivi giudiziari e lei stesso è stato sospeso, poi è stato reintegrato. Non pensa che la legge sia inadeguata?
“Le leggi a volte sono di difficile applicazione, ma il nostro mestiere consiste proprio nell’interpretarle e applicarle. L’importante è che ci sia un clima sereno. La regola principale per un funzionario pubblico è motivare bene tutto quello che fa. Per questo io non ho mai paura se un mio provvedimento viene impugnato al Tar. Ci vuole anche un po’ di coraggio da parte della burocrazia”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti: