Bianchi: "Un regolamento unico per le concessioni? Proposta sbagliata"

«Ricordo ancora il numero, di quel disegno di legge: era il 379 del 2008. Mi fa piacere, e anche un po’ sorridere, che dodici anni dopo il dibattito sia ancora acceso». Tirreno Bianchi, storico console della compagnia di lavoratori portuali Pietro Chiesa, all’epoca era consigliere regionale

di Francesco Ferrari

Genova - «Ricordo ancora il numero, di quel disegno di legge: era il 379 del 2008. Mi fa piacere, e anche un po’ sorridere, che dodici anni dopo il dibattito sia ancora acceso». Tirreno Bianchi, storico console della compagnia di lavoratori portuali Pietro Chiesa, all’epoca era consigliere regionale e, con la sua proposta di legge («in realtà a completare il testo mi aiutarono personaggi di spessore come Sandro Carena e i professori Renato Midoro e Sergio Bologna»), voleva formalizzare «la diversità del sistema portuale ligure rispetto altri scali italiani», approfittando della riforma del titolo V della Costituzione. Erano, quelle, le prove generali di un’autonomia eternamente promessa e mai ottenuta. Oggi il tema dell’omogeneità dei metodi di rilascio delle concessioni demaniali è rientrato prepotentemente nel dibattito della comunità portuale italiana. E se il presidente di Federagenti, Gian Enzo Duci, su questo giornale ha parlato della necessità di adottare un regolamento nazionale «per evitare aree grigie» nella gestione dei porti, Massimo Provinciali, segretario generale dell’Autorità di Livorno ed ex dirigente del Mit, è stato lapidario: «Non servono regolamenti, basta applicare la legge». «Io credo che abbia pienamente ragione Provinciali - dice Bianchi - quando dice che una concessione a Genova è diversa rispetto a a Taranto. Un regolamento nazionale? Non avrebbe davvero senso oggi come non lo aveva ai tempi del disegno di legge ligure».

Un disegno che, però, rimase tale. Curioso, per un territorio che ha sempre reclamato l’autonomia. «È vero, non se ne fece nulla - ricorda il console della Pietro Chiesa - perché alla fine, come spesso accade a casa nostra, prevalse la paura di pestare piedi scomodi. Qui si sta sempre molto attenti a non disturbare il manovratore, è sempre stato così. E poi, aggiungiamoci che chi proponeva la legge apparteneva ai Comunisti italiani, un particolare che non mi rendeva molto popolare... Al di là delle battute, ricordo che quel disegno di legge era stato condiviso anche con i vertici di Confindustria. Ma alla fine non se ne fece nulla». Il tema, però, rimane attuale. «Vuol dire che i problemi ci sono ancora, e che avevamo ragione noi a volerli affrontare in anticipo. Una magra soddisfazione, me ne rendo conto». —

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