Salvini apre il fronte del lavoro in porto: "Stop al monopolio". I sindacati: "Sovranista o filo-straniero?"

Quella dell'autoproduzione è una delle battaglie più antiche nei porti: oggi in Italia è praticata a macchia di leopardo, il Dl Rilancio fa ordine ma pone dei paletti che nei fatti la rende, a giudizio degli armatori, finanziariamente e burocraticamente impraticabile

di Alberto Quarati, inviato

Sorrento - Si accende lo scontro tra destra e sinistra sulla norma del decreto Rilancio che nei fatti limita la pratica dell'autoproduzione - cioè la possibilità di bloccare e sbloccare la merce, o proprio caricarla e scaricarla - utilizzando gli equipaggi delle navi e non il personale portuale. Ospite alla “Due Giorni” dell'Alis, l'associazione logistica dell'intermodalità sostenibile, il segretario della Lega, Matteo Salvini, è stato netto: «Questo governo è ostaggio della Cgil, che sta dicendo no a tutto: no ai voucher, no alla flat tax, no al modello Genova, no al fatto che se sei un operatore e ti costa meno scaricare con i tuoi uomini, non lo puoi fare e devi fruire di altra forza lavoro per dare più tessere ai sindacati. Costringere un imprenditore ad adottare un modello produttivo che magari costa di più è uno svantaggio per le aziende italiane e per chi va fare la spesa, perché se mi costa di più il trasporto, mi costa di più la frutta che compro al supermercato. È una logica sindacalista e sindacalizzata, mentre l'Italia ha bisogno di velocità, non di burocrazia».

Quella dell'autoproduzione è una delle battaglie più antiche nei porti: oggi in Italia è praticata a macchia di leopardo, il Dl Rilancio fa ordine ma pone dei paletti che nei fatti la rende, a giudizio degli armatori, finanziariamente e burocraticamente impraticabile. Gli armatori ne rivendicano il diritto per evitare il monopolio economico del lavoro portuale (specie se si tratta di traghetti o navi di linea, che toccano sempre gli stessi porti con alta frequenza), mentre i sindacati di tutto il mondo, almeno occidentale, dichiarano guerra a questo strumento perché da una parte espone i marittimi a un potenziale sfruttamento indebito, e dall'altra toglie lavoro ai portuali (garantendo però - si dice in camera caritatis negli ambienti imprenditoriali - organici sovradimensionati, specialmente nelle compagnie portuali come quella genovese). A Salvini, dal Partito Democratico risponde Davide Gariglio, capogruppo commissione Trasporti alla Camera e autore dell'emendamento al dl Rilancio che ha introdotto le nuove norme dell'autoproduzione: «Si tratta di una legge attesa da 20 anni - dice l’esponente di spicco della portualità Dem - Siamo di fronte a un sovranista a fasi alterne che proclama la chiusura dei porti per i migranti, ma che vorrebbe che gli stessi porti fossero a disposizione degli armatori stranieri nella completa anarchia e impunità rispetto alle nostre leggi. Salvini chiede infatti che le navi straniere possano utilizzare manodopera non qualificata e sottopagata per operazioni portuali che dovrebbero invece essere svolte da lavoratori di aziende italiane».

"La norma sull’autoproduzione nei porti è una norma di civiltà che tutela l'interesse generale e contrasta lo sfruttamento dei lavoratori - dice Claudio Tarlazzi, segretario generale della Uiltrasporti -. Certamente non risponde né a interessi particolari né ai poteri forti, come invece preferirebbe probabilmente l'onorevole Matteo Salvini".

«L'autoproduzione - aggiunge Natale Colombo, segretario nazionale della Filt Cgil - è possibile, ma a condizione che si rispettino le regole, il lavoro e la sicurezza nei porti». «Il legislatore italiano - ricordano dalla Fit Cisl - quando ha recepito le direttive europee in materia di liberalizzazione dei trasporti, non ha stabilito norme di impiego minime e retribuzione minima da applicare per garantire il rispetto della sicurezza ed evitare ripercussioni sull’occupazione. Questo ha consentito lo sviluppo di pratiche che sono state di nocumento per i lavoratori e le lavoratrici dei porti italiani». Il sindacato scavalca Salvini e va dritto all'Alis (che ha nel gruppo armatoriale Grimaldi, che nell'associazione è il maggiore dei suoi 1.500 associati), chiedendo «di rivedere la sua posizione sull'autoproduzione». «Nei fatti, il dl Rilancio applica una norma europea: i marittimi devono fare i marittimi, i portuali i portuali - commenta Antonio Benvenuti, console della Compagnia unica dei camalli genovesi -. È evidente che nei porti dove non ci sono strutture per lo scarico della merce, l'armatore deve applicare l'autoproduzione, ma dove queste strutture ci sono, vanno utilizzate, e se c'è una richiesta di autoproduzione, allora lo deve fare secondo le regole».

Compatto il mondo armatoriale. «Negare ai vettori marittimi questo diritto rappresenta una violazione del principio di libera concorrenza», aveva denunciato nei giorni scorsi il presidente di Confitarma, Mario Mattioli. «Avremmo voluto vedere le istituzioni dedicarsi con la stessa intensità su altri temi che affliggono il trasporto marittimo come, ad esempio, la grande difficoltà nell'avvicendamento degli equipaggi italiani in tutto il mondo, anziché affossare l'autoproduzione». Rammarico e preoccupazione erano stati espressi anche da Stefano Messina, leader di Assarmatori. —

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