«Fondi Ue per le banchine, il Mit coordini gli investimenti»

Genova - I soldi del Recovery Fund? Attenzione a non sprecare l’occasione: suscita più di una perplessità la lunga lista di opere presentata dalle Autorità di sistema portuale (alcune ufficializzate, altre in elaborazione) al ministero dei Trasporti, per ottenere una parte dei finanziamenti europei destinati all’Italia a sostegno dell’economia minata dal coronavirus

di Alberto Quarati

Genova - I soldi del Recovery Fund? Attenzione a non sprecare l’occasione: suscita più di una perplessità la lunga lista di opere presentata dalle Autorità di sistema portuale (alcune ufficializzate, altre in elaborazione) al ministero dei Trasporti, per ottenere una parte dei finanziamenti europei destinati all’Italia a sostegno dell’economia minata dal coronavirus. Duro Luigi Merlo, presidente di Federlogistica-Conftrasporto, che parla di «annunci in ordine sparso» in «una fiera delle vanità molto localistica. Succede esattamente l’opposto di ciò che tutti invocano, ossia una programmazione di carattere nazionale, sotto una regia unica del ministero, cosa peraltro prevista della riforma Delrio. Rischiamo di perdere una grande occasione per affrontare problemi strutturali come i dragaggi o l’adeguamento delle banchine ai cambiamenti climatici e alla qualificazione ambientale; e di vedere rispolverati vecchi progetti destinati ad accrescere una capacità già oggi eccessiva, soprattutto nel settore container. Tutto ciò aggravato dal fatto che i nuovi piani regolatori di sistema portuale non sono mai stati predisposti, salvo rarissimi casi».

Rarissimi se non unici: allo stato attuale a fine iter (in molti porti nemmeno iniziato) è arrivata solo La Spezia-Marina di Carrara. «Al di là di espressioni più o meno colorite - dice Daniele Rossi, presidente di Assoporti - il problema esiste. Le risorse messe a disposizione dall’Europa sono una grande opportunità per tutti i porti di realizzare un piano intermodale integrato che metta al centro tre grandi interventi di sistema: piano dragaggi straordinario con procedura d’urgenza, elettrificazione delle banchine, selezione attenta di singole opere da finanziare, perché tutti possono fare le stesse cose». Certo, per fare questo serve «la conferenza dei presidenti, coordinata dal ministero. Sono sicuro che il sottosegretario Traversi, che ora ha anche le deleghe ai porti, saprà rispondere a questa problematica». Di una progettazione «troppo schiacciata sulle infrastrutture» parla anche Ivano Russo: «In linea di principio - spiega il direttore della Confetra - sono d’accordo con Merlo, anche se a mio giudizio esiste un problema a monte, che è la mancanza di una politica industriale per la logistica».

Mentre i governi che si sono succeduti hanno predisposto, ragiona Russo, delle politiche industriali per la manifattura (Industria 4.0, legge Sabatini, credito d’imposta ecc...) questo apporto è completamente mancato nell’ambito della logistica, rimasta senza una strategia che l’ancorasse agli sviluppi geo-economici globali e mediterranei, «talvolta confondendo le politiche industriale con quelle di incentivazione». Ma il punto rimane: i porti sono stati costretti a fare da sé, e coerentemente alla loro singola visione, hanno messo sul tavolo tutta la loro progettualità. In linea con Merlo Gian Enzo Duci, presidente della Federagenti: «Non dico che questo sia il de profundis della riforma Delrio, ma certo questo è uno degli effetti della mancanza di coordinamento centrale che pure è uno degli elementi portanti della legge portuale, rimasta in molti punti inattuata dal governo precedente e da questo. Però aggiungo che bisognerebbe fare attenzione a chiedere i soldi del Recovery Fund su opere già finanziate: questa è un’ipoteca che facciamo sul futuro dei nostri figli».

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