«Troppi porti e poche infrastrutture, il grande limite italiano» / INTERVISTA

Genova - «Come diceva il compianto Marco Simonetti, grande manager portuale, è inutile costruire lavandini grandi (i terminal, ndr) senza tubi di uscita altrettanto capaci, o addirittura senza tubi». Per Fabrizio Vettosi l’Italia è priva di tubi

di Simone Gallotti

Genova - «Come diceva il compianto Marco Simonetti, grande manager portuale, è inutile costruire lavandini grandi (i terminal, ndr) senza tubi di uscita altrettanto capaci, o addirittura senza tubi». Per Fabrizio Vettosi l’Italia è priva di tubi: mancano cioè le infrastrutture per far funzionare correttamente le banchine. Dopo l’analisi pubblicata ieri dal Secolo XIX-the MediTelegraph sui porti dell’Alto Tirreno con l’avvio del Terminal Bettolo, il messaggio del numero uno del fondo Vsl (Venice Shipping and Logistics) diventa ancora più netto: la corsa alle infrastrutture portuali è arrivata «al punto di riuscire a sovvertire ogni teoria in materia di economia dei trasporti».

Un po’ troppo drastico?
«Guardi, ormai siamo all'assurdo che all'arrivo di una nave, o di un rimorchiatore, scatta subito la festa patronale con fuochi d'artificio e sprinklers a disegnare cerchi in cielo in segno di giubilo. Sicuramente meglio questo che altro, ma comunque è uno stimolo per interrogarci».

Ma su cosa?
«Alcuni giorni fa ho partecipato ad un convegno a Livorno, e ho sorpreso i partecipanti quando ho detto che in Italia si investe, in tempi normali, circa il 2,5% del prodotto interno lordo in infrastrutture. Significa che i numeri non sono lontani da quelli della Germania, ma la differenza è che noi investiamo male. Prenda il Belgio, che ha un rapporto tra debito e prodotto interno lordo peggio del nostro: loro hanno invece realizzato le infrastrutture utili a migliorare la connettività del Paese».

Abbiamo costruito troppi terminal portuali...
«Il dibattito sulla capacità dei nostri porti di intercettare il traffico containerizzato è sempre più attuale, anche se questa tipologia di merce non è la componente maggiore dei nostri scali. Sembrerà banale, ma l'offerta di capacità di handling negli ultimi 15 anni è cresciuta di gran lunga di più della domanda che ormai è inchiodata più o meno ai 6,5 milioni di teu, escludendo il transhipment. Significa che siamo su circa 80 milioni di tonnellate all’anno».

Troppo poco?
«Certo. E sa qual è la ragione? I porti container più di ogni altri hanno bisogno dell'intermodalità o multimodalità. Se avessimo avuto un minimo di lungimiranza avremmo costruito meno terminal e più alta capacità-velocità per il trasporto merci su rotaia. Invece siamo qui a contare potenzialmente, includendo pure l'agognata "Piattaforma Europa" di Livorno, nove terminal container in un raggio di 300 chilometri. Il tutto per un'offerta potenziale vicina ai 10 milioni di teu».

E come facciamo a riempire i terminal?
«Sarebbe facile riflettere e poi dedurre che in un settore ad alta leva operativa come i terminal, la capacità di utilizzo è un fattore determinante. Ma siamo al punto di riuscire a sovvertire ogni teoria in materia di economia dei trasporti. In uno dei progetti proposti addirittura si legge una bestialità, ovvero che la catchment area di uno dei terminal posizionati in Alto Tirreno sarebbe il profondo Nord-Est. A questo punto dovremmo legittimamente pensare che Trieste, Venezia e Ravenna possono andare a catturare traffico in Piemonte…Cosa non si fa per giustificare i nuovi progetti!».

Puntiamo il dito contro qualcuno…
«È l’amara considerazione finale: la logistica non dovrebbe avere colore politico, né dovrebbe correre dietro la politica, ma dovrebbe essere affidata ai tecnici, così avviene in tutti i Paesi industrialmente e demograficamente evoluti. Noi non siamo capaci di farlo, ed è il nostro grande limite».

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