Genova, meno risorse per la Diga

Genova - Meglio di niente. Però se continua così, di bozza in bozza, i soldi per costruire la nuova diga nel porto di Genova rischiano di ridursi in modo preoccupante. Nell’ultima stesura del piano di investimenti che il governo intende farsi finanziare dall’Europa con il Recovery Plan, la dotazione per l’opera portuale è scesa a 500 milioni, la metà quasi esatta di quanto servirà per costruirla

di Simone Gallotti

Genova - Meglio di niente. Però se continua così, di bozza in bozza, i soldi per costruire la nuova diga nel porto di Genova rischiano di ridursi in modo preoccupante. Nell’ultima stesura del piano di investimenti che il governo intende farsi finanziare dall’Europa con il Recovery Plan, la dotazione per l’opera portuale è scesa a 500 milioni, la metà quasi esatta di quanto servirà per costruirla. Così si è passati in breve tempo dal finanziamento completo, all’annuncio di 800 milioni disponibili, con un rapido prosciugamento a 600 e adesso ancora meno. È l’ultimo conto della bozza del Pnrr, la sigla del “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, che circola dal 29 dicembre sui cellulari di ministri e parlamentari. E non tutti sono contenti. Anzi.

DIGA A META'
In totale per porti e armatori ci sono 4,1 miliardi, come spiega la prima tabella a pagina 79 del documento. Oltre agli “investimenti”, nel Recovery Plan che va presentato a Bruxelles, il governo ha deciso di inserire anche alcune riforme, con un percorso che però ha suscitato qualche perplessità tra gli operatori. Il problema principale rimangono però i soldi stanziati sulle opere. In particolare quelli per la diga di Genova «che consentirà l’accesso delle navi di nuova generazione, l’adeguata protezione dei bacini interni e l’innalzamento dei livelli di sicurezza delle manovre di ingresso e di evoluzione». Bella l’introduzione dedicata all’opera, ma il conto è peggiorativo: questa volta nella casella ci sono solo 500 milioni.

Il governo ha deciso anche di indicare i tempi di realizzazione: dei 3,2 chilometri di diga, i primi 1.400 metri saranno terminati alla fine del 2023, mentre l’opera completa, è scritto nel piano, sarà terminata alla fine del 2026. Un po’ di ottimismo non guasta, ma l’Authority, come aveva rivelato ad agosto Il Secolo XIX/TheMediTelegraph, aveva segnato il 2030 come data di consegna della nuova infrastruttura, la cui fase di débat public inizierà l’8 gennaio. Speriamo che l’Europa non controlli. Genova è stata declassata perché «finanziare con un miliardo una sola opera non sarebbe mai passato dal controllo di Bruxelles» spiega un parlamentare di maggioranza, e così si è deciso di sdoppiare con Trieste.


VINCE TRIESTE
La novità che ha stupito molti è l’inserimento del finanziamento di un nuovo terminal a Trieste. Quasi 400 milioni di euro per la realizzazione di una banchina per traghetti merci da 700 metri. Anche in questo caso due passaggi: nel 2023 saranno pronti i primi 250 metri e poi tre anni dopo ci sarà il completamento del nuovo molo: «È previsto il potenziamento della piattaforma logistica con lo sviluppo dei collegamenti retroportuali, anche a seguito dell’accordo strategico stipulato con Hamburger Hafen und Logistik (Hhla) che proietta ancor più Trieste nello scenario internazionale» scrive il governo nel documento, ma questa didascalia ha fatto arrabbiare i genovesi. Intanto perché i soldi che mancano per la diga sembrano dirottati su quell’opera. E poi perché viene scritto nero su bianco che i finanziamenti europei servono per ampliare l’investimento di un gruppo tedesco in Italia. «La verità è che a Trieste hanno lavorato tanto e bene su questo fronte. Hanno entrature e si fanno ascoltare» spiegavano due parlamentari di maggioranza che pongono, almeno sugli aspetti legati allo shipping, un problema di peso politico della Liguria.


FLOTTA NELLE SECCHE
Il Piano del Recovery prevede anche 630 milioni per il rinnovo della flotta commerciale italiana. Sembrano tanti soldi, ma visti i numeri dei mezzi da rinnovare - o costruire - rischia di diventare un’elemosina dannosa. Per il governo grazie a questo finanziamento l’Italia dovrebbe dotarsi di 50 nuove navi, 60 pilotine della Guardia costiera e due bettoline per il rifornimento di gas naturale liquefatto. Alla fine sono poco più di cinque milioni di euro a nave e il rischio, commentavano ieri gli operatori delusi, che gli armatori scelgano i cantieri cinesi per costruire le nuove navi.


PORTI ELETTRIFICATI
Nel Recovery c’è poi un capitolo dedicato all’elettrificazione della banchine: quasi un miliardo di dotazione per 41 porti italiani. Le navi che attraccheranno potranno così attaccarsi alle “spine elettriche” che gli scali dovranno realizzare in poco tempo: 25 porti dovranno chiudere i lavori in tre anni, il resto avrà tempo sino al 2026. I tempi sono ottimistici: per realizzare gli impianti servono dai cinque ai sette anni.

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