Compagnia Unica, giovedì l'assemblea per scommettere sul futuro

Genova - Il porto non è solo lavoro ma soprattutto mercato e competizione. Tuttavia se giovedì prossimo l’assemblea dei soci della Culmv boccerà il bilancio e farà a brandelli il piano di ristrutturazione finanziaria e organizzativa varato dai vertici di San Benigno Genova ripiomberà nel buio di una capitale ai margini dell’impero del business

di Giorgio Carozzi

Genova - Il porto non è solo lavoro ma soprattutto mercato e competizione. Tuttavia se giovedì prossimo l’assemblea dei soci della Culmv boccerà il bilancio e farà a brandelli il piano di ristrutturazione finanziaria e organizzativa varato dai vertici di San Benigno e imposto dal precario equilibrio dei conti, Genova ripiomberà nel buio di una capitale ai margini dell’impero del business, senza esercito e senza anima.

Già il teatro dell’evento rompe ogni schema scolpito nella storia di Genova. Costretti dalle regole anti-Covid e privilegiando la presenza fisica alle video conferenze, per la prima volta i soci della Compagnia Unica abbandonano la cattedrale in Chiamata e si trasferiscono ai Magazzini del Cotone, nella Sala Maestrale.

Se il distanziamento non consentirà di ospitare tutti i mille portuali, a votare saranno 250 delegati. Se è vero che nella vita e nel lavoro ci sono giorni che valgono anni, il conclave dei camalli ha la valenza di uno spartiacque tra un mondo inchiodato dalla conservazione e sconvolto dalla pandemia e la trasformazione nel segno delle riforme interne e della modernizzazione.

A 75 anni esatti dalla fondazione della Culmv, il console Antonio Benvenuti si trova ad affrontare un passaggio cui neppure il predecessore Paride Batini era stato costretto. Spiegare dettagliatamente ai soci, cioè, un piano che impone certamente sacrifici e cambiamenti ma che, se effettivamente realizzato, mette in sicurezza la Compagnia per i prossimi decenni, blindandone continuità, unicità e centralità nel sistema portuale.

Non restano altri margini: da una parte le sostanziose compensazioni economiche conquistate da Benvenuti attraverso gli accordi con l’Authority di Paolo Signorini e la Confindustria di Beppe Costa, dall’altra l’impegno a rivedere assetti interni e organizzazione del lavoro, ad aprire ai consulenti esterni, a migliorare efficienza e produttività, a tagliare i costi e a siglare specifiche intese operative con i terminalisti. Da Compagnia di ventura a Compagnia di bandiera.

Non è un passaggio semplice in un contesto sociale pesantissimo, con la crisi che stringe la gola, i traffici in calo, le giornate lavorate crollate del 25%. Ma non è per liberarsi da improbabili sensi di colpa che Antonio Benvenuti rende giustizia al mercato e all’innovazione: se l’obiettivo è sviluppare benessere, la transizione a un sistema meno consociativo e sociopatico passa dalla consapevolezza di ciò che non è più sostenibile. Resta in un angolo l’approccio di contrapposizione e di lotta, ma a una categoria tradizionalmente esposta alle fluttuazioni del mercato e degli interessi che lo ispirano, occorre stabilità: “Dirò questo ai nostri soci, ai mille che avranno il compito di scegliere questa strada in salita ma percorribile con la nostra identità – confida al Secolo XIX e a TheMeditelegraph il console Benvenuti - E’ una scelta per il futuro e il ruolo della governance portuale è centrale anche per le ricadute sulla città. I rapporti sociali vanno difesi, non sconvolti. Nel conflitto feroce sul mercato dei trasporti, la Compagnia Unica vuole riprendere il suo cammino di parte in causa tra i grandi gruppi armatoriali, gli Stati, i terminalisti e i fondi finanziari. Dobbiamo inserirci nei progetti di sviluppo di cui siamo leva interessata e insostituibile”.

Sono così lontani i tempi in cui anche un leader storico della Cgil come Bruno Trentin, coniugava la Culmv alla “cosa” di Sartre: un insieme confuso di storia, potere, interessi, tradizioni, privilegi e lobby. Oggi c’è consapevolezza dell’ultima chiamata.

Tra le pieghe del liberismo dominante, la Culmv di Benvenuti insiste su accordi e progetti tra i protagonisti, che puntino all’equilibrio economico-organizzativo e all’interno dei quali tutti possano riconoscersi. Un patto del lavoro a livello europeo, dunque, con i maggiori investitori. Giovedì la sentenza. Niente sarà più come prima.

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