L’India punta a privatizzare entro l’anno sette porti

La privatizzazione dei porti non è un argomento inconsueto a Nuova Delhi. Già nel 2015 infatti erano stati avviati in India confronti tra gli addetti ai lavori per una profonda riforma dei porti che prevedesse la possibilità di privatizzare i terminal fino ad allora gestiti da Autorità portuali direttamente dipendenti dal governo.

di elisa gosti

Mumbai - L’India punta a privatizzare entro l’anno sette tra gli scali più importanti del Paese. L’annuncio è arrivato direttamente dal governo centrale, che ha dichiarato di aver avviato accordi di tipo pubblico-privato per un valore complessivo pari a 274 milioni di dollari.

Un annuncio ufficiale, per nulla scontato in un momento storico e in un contesto socioeconomico così difficili: dopo aver presentato il Bilancio federale 2021, la ministra delle Finanze indiana Nirmala Sitharaman ha affermato che i più importanti snodi portuali del Paese passeranno da una gestione pienamente autonoma dei propri servizi a un modello dove è previsto che le operazioni vengano necessariamente condotte con l’ausilio e il sostegno di un socio privato. A questo proposito sono state redatte proposte ad hoc, finalizzate alla costruzione di uno schema di sostegno, per un valore complessivo di 222 milioni di dollari, che verranno destinati ad appalti globali. L’obiettivo dell’intervento, come spiega la stessa Sitharaman, consiste nell’incoraggiare lo sviluppo e la circolazione di navi mercantili nei mari Paese. La ministra ha anche aggiunto che l’iniziativa offrirà significative opportunità di formazione e impiego ai marittimi indiani, consentendo alle compagnie locali di guadagnare una quota di mercato crescente nel settore a livello globale.

Allo stato attuale sono 12 i porti più importanti che vengono direttamente controllati dal governo indiano. Si tratta degli scali di Deendayal, Mumbai, Jnpt, Mormugao, Kamarajar, V.O. Chidambaranar, Visakhapatnam, Paradip, New Mangalore, Cochin, Chennai e Calcutta: complessivamente questi hub si occupano della gestione e della movimentazione di circa il 60% di tutto il traffico cargo dell’India.

La privatizzazione dei porti non è un argomento inconsueto a Nuova Delhi. Già nel 2015 infatti erano stati avviati in India confronti tra gli addetti ai lavori per una profonda riforma dei porti che prevedesse la possibilità di privatizzare i terminal fino ad allora gestiti da Autorità portuali direttamente dipendenti dal governo. La proposta tuttavia era stata accolta con freddezza dai lavoratori e dalle loro rappresentanze sindacali.

Il dibattito è stato portato avanti nel corso degli ultimi anni, dando spazio a diverse interpretazioni del modello di gestione da seguire: gestione privata diretta oppure commistione tra pubblico e privato al fine di concedere maggiore respiro agli investimenti infrastrutturali, fondamentali per mantenere alto il livello di competitività degli scali indiani. Adesso sembra essere giunto il momento della svolta.

La decisione arriva al termine di un anno - il 2020 - particolarmente duro anche per i porti indiani, che hanno fortemente risentito delle dinamiche legate alla pandemia e alle ripercussioni a quest’ultima legate. L’intera catena logistica paralizzata, i servizi portuali bloccati: a marzo la situazione era questa, poi una graduale ripresa. Il nuovo progetto guarda al futuro. Grazie a questa iniziativa si potrebbero inoltre potenziare le attività di demolizione delle navi ad Alang, nello stato indiano del Gujarat: «La capacità dell’area potrebbe essere duplicata entro il 2024» afferma Sitharaman. Il Paese scommette molto su questo settore per lo sviluppo economico nel breve e nel medio periodo: «L’India punta ad acquisire il 50% nella quota globale dello ship recycling» spiega anche il ministro con delega a Porti, trasporti marittimi e corsi d’acqua, Mansukh Mandaviya. Attualmente l’India detiene una quota di mercato in questo settore pari al 30%.

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