Whidbey Island, l’isola dei sogni minacciata dalle navi portacontainer

La Northwest Seaport Alliance, che include i porti di Seattle e Tacoma, ha raggiunto nel mese di maggio un livello record di volumi, gestendo un totale di 333.026 container, con una crescita del 38,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente

di Elisa Gosti

Un tempo Whidbey Island, un’isola che si trova a 48 chilometri a nord di Seattle, era rinomata per la sua quiete. Le persone vi si trasferivano per poter godere di un sonno sereno, dormendo con le finestre aperte per riuscire a sentire anche gli sbuffi delle balene.

Oggi la situazione a Whidbey Island appare molto diversa: si convive col continuo rumore dei generatori delle navi e l’odore delle polveri esauste nell’atmosfera, mentre il cielo notturno è costellato di luci artificiali provenienti dalle numerose navi container attraccate al largo. È una delle conseguenze della pandemia Covid-19 che, come sappiamo, ha incrementato la spesa dei consumatori, soprattutto in alcuni settori, comportando la congestione dei porti della West Coast americana.

«In un momento storico in cui nessuno è potuto andare al ristorante o in vacanza per oltre un anno e mezzo, le persone hanno aumentato gli acquisti su Amazon o altri portali» spiega Fred Felleman, presidente di commissione presso il porto di Seattle.

La Northwest Seaport Alliance, che include i porti di Seattle e Tacoma, ha raggiunto nel mese di maggio un livello record di volumi, gestendo un totale di 333.026 container, con una crescita del 38,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Il numero totale dei container in entrata e in uscita dal porto è aumentato quasi del 20% su base annua, a partire dal 2015.

I container, purtroppo, non riescono ad essere scaricati dalle navi con la necessaria velocità perché non c’è abbastanza spazio nei terminal, così come non ci sono abbastanza vagoni ferroviari sui quali caricarli per inviarli alle rispettive destinazioni.

«Un problema amplificato dalla pandemia che ha provocato un aumento esponenziale dei volumi gestiti, una crescita che in una situazione normale non si sarebbe mai verificata – continua Felleman – La difficoltà riguarda complessivamente tutta la costa occidentale, in modo particolare il porto di Seattle, dove a questa situazione si è aggiunto anche un blocco momentaneo nella capacità gestionale dell’Aat Terminal 5, dovuto a lavori di ammodernamento e miglioramento dell’infrastruttura che vuole riuscire ad accogliere anche le navi più grandi». Ecco spiegato il motivo per cui diventa indispensabile ripristinare anche porti e attracchi in genere non utilizzati o poco frequentati: le navi possono fermarsi in questi approdi per alcuni giorni, fino a che non riescono a fare ingresso nei porti di destinazione per effettuare le operazioni di scarico. Gli agenti marittimi, tuttavia, si dimostrano riluttanti ad utilizzare questo escamotage, almeno quanto lo è la gente che abita nei pressi dei porti interessati.

«Si ricorre a questo sistema quando è tutto pieno e non esiste altra soluzione – spiega Laird Hail, direttore del Puget Sound Vessel Traffic per la Guardia Costiera degli Stati Uniti, con sede a Seattle – Le navi devono pur andare da qualche parte e purtroppo sono obbligate a tenere le proprie luci accese per una questione di sicurezza degli equipaggi. Anche il rumore dei generatori non può essere evitato poiché è l’unico modo per consentire alle unità di assicurare la refrigerazione e il funzionamento dei sistemi di bordo». La situazione purtroppo non è destinata a risolversi in tempi brevissimi: non prima del prossimo gennaio, sostengono gli esperti.

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