Ecco perché la riforma dei porti è tradita

Roma - Le prime reazioni al dibattito innescato dai contenuti esposti nel convegno “La riforma Tradita” promosso da Assiterminal, rischiano di produrre un effetto oggettivamente distorcente sul merito della riflessione e della proposta avanzata. Abbiamo posto un tema che riguarda l’assetto istituzionale del paese in materia di portualità e che si traduce nell’idea che il Titolo V produca un effetto esattamente opposto alla esigenza di semplificazione

di Luca Becce* e Ivano Russo**

Roma - Le prime reazioni al dibattito innescato dai contenuti esposti nel convegno “La riforma Tradita” promosso da Assiterminal, rischiano di produrre un effetto oggettivamente distorcente sul merito della riflessione e della proposta che li è stata avanzata. Provo a esporlo in modo chiaro: abbiamo posto un tema che riguarda l’assetto istituzionale del paese in materia di portualità e che si traduce nell’idea che, così come è oggi scritto, su questa e altre materie, il Titolo V della Costituzione riformato nel 2000, produca un effetto esattamente opposto alla esigenza di semplificazione, che tutti invocano, ma in realtà nessuno sembra davvero volere. Nello specifico definire sic et sempliciter la materia portuale - così come tutte le altre infrastrutture di rilevanza strategica nazionale ed internazionale - come materia concorrente nelle funzioni tra Stato e Regioni, ha prodotto una confusione di ruoli ed anomalie evidenti ed oggettive che si sono palesate in modo evidente clamoroso in primis vanificando la filosofia della riforma della 84/94 e del documento fondamentale che ne è alla base e ne costituisce la premessa strategica: Il Piano strategico nazionale della portualità e della logistica.

Non esiste alcuno che, in sanità di mente, possa pensare che i Comuni e le Regioni, non possano o debbano intervenire sulle questioni che oggettivamente pongono in relazione i porti con i territori sui quali insistono. Ci mancherebbe che il Comune sede di porto, o la Regione nella medesima condizione, non potessero dire la propria ad esempio per rendere compatibile lo sviluppo del porto con la propria pianificazione territoriale. Il punto è un altro e attiene a due livelli differenti e complementari:
1. La strategia dello sviluppo della portualità deve rispondere a criteri nazionali, che devono guidare gli investimenti coerentemente alle esigenze strategiche del Sistema Paese. Non ha senso, anzi è dannoso, continuare a procedere in una direzione nella quale queste scelte hanno risposto sino ad oggi più al peso specifico politico delle località che alle esigenze nazionali logistiche e trasportistiche complessive generando, ad esempio, un eccesso di offerta di tra l’altro stigmatizzata dalla Corte dei Conti Europea in un proprio Report (2015) che sarebbe utile riprendere e rileggere;

2. Non ha alcun senso che Comuni e Regioni decidano, in maniera maggioritaria tra l’altro, nei Comitati di Gestione delle Adsp su questioni prettamente gestionali, come il rilascio delle concessioni o le misure di regolazione dell’organizzazione del lavoro del singolo porto e via così. Così come non ha senso, anzi è dannoso, che la scelta del presidente della Adsp sia annegata nel conflitto politico e partitico tra Governo e Regione, che ha prodotto mediazioni molto spesso al ribasso e ha generato, in alcuni casi, cortocircuiti politici che hanno minato il funzionamento della ADSP (vedasi i casi di Venezia, Gioia Tauro, Ancona solo per citare i più eclatanti conflitti di governance).

Questa è la questione vera che stiamo ponendo. Non una questione di potere, bensì una questione di Ordinamento Costituzionale non dissimile ad esempio dal tema che la pandemia ha drammaticamente posto al centro della discussione e che riguarda la Sanità, altra materia concorrente per il titolo V. Bisogna essere coerenti e coraggiosi. Tutti concordano sul fatto che la riforma del Titolo V ha creato più problemi di quanti non ne abbia risolti, perché viziata da un baco originario: l’aver non decentrato competenze dallo Stato ai livelli istituzionali periferici, bensì l’aver sommato e sovrapposto ruoli e funzioni centrali e periferiche, aumentando il disordine amministrativo e rallentando ulteriormente il processo decisionale pubblico.

La portualità, come la Sanità o la Formazione Professionale, ne sono rimaste vittime. Allora delle due l’una: se davvero di vuole una politica portuale nazionale autorevole, unitaria, omogenea occorre porla sotto la potestà esclusiva dello Stato centrale. Non è ragionevole immaginare che Governo e Parlamento, 20 Governatori e 25 Sindaci di città ex sedi di AP possano tirar fuori una politica nazionale logistica o infrastrutturale degna di questo nome. Se questo modello non piace, è legittimo sostenere la necessità di un coinvolgimento primario degli Enti Locali nella governance e nell’indirizzo dei porti italiani, però poi non ci si può lamentare che Trieste e Messina, Genova e Gioia Tauro, Venezia e Palermo seguano modelli e regole differenti. E’ il federalismo ( sic! ) bellezza!

*Presidente di Assiterminal
**Direttore generale della Confetra

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